Firenze
Cronache della grande battaglia
PRELUDIO - EpistoleA
Firenze, non si vive più.
Il cibo e l’acqua stessa, hanno il sapore del fiele.
L’attesa è snervante, serve a logorare.
Vecchia strategia di guerra, ma è necessaria?
Sono arrivato ormai da alcuni giorni e non mi sorprende quanto scarse possano, essere le misure di sicurezza prese dai paladini.
Il loro capo, tale Goffredo Di Buglione, solo recentemente nomato tale, non ha un grande senso della strategia.
L’unica cosa che mi ha davvero impressionato di lui, è la magnifica spada che porta al fianco.
Ne avevo già sentito parlare, ma il vederla, mi ha profondamente commosso.
La durlindana di Goffredo, che si dice forgiata niente meno che da Montano, il fabbro dei santi…non prevedo un futuro da santo glorioso per quel Goffredo.
Stando ai miei calcoli, faranno breccia nel giro di 4 giorni, dunque entro quel termine, saremo probabilmente sconfitti.
Non sono felice di morire in questa terra, lontano da casa, ma è il Papa in persona ad averlo comandato.
Tempi bui per la nostra chiesa e lo stato di crisi è facilmente evidenziabile, attraverso la disperazione, che ha portato l’ordine a perdonare ogni marrano e ribaldo che abbia deciso più o meno volontariamente di schierarsi con noi.
Sono giunti in città, poche ore dopo di me, guidati da tale Beltrem, uno stuolo di uomini con la faccia truccata di bianco e linee nere, atte a simboleggiare l’appartenenza a chissà quale gruppo antico…e pensare che normalmente sarebbero tutti eretici…
Raieaux Beauregard il misericordioso è giunto stamane, al sopraggiungere dell’alba nuova.
Al rintocco delle campane della prima messa, sul portone della chiesa, si è fatto vivo anche Pio Da Todi, il santo, colui che spaventa vescovi e cardinali con la sua magnificenza e l’incredibile capacità di comunicare con il sommo e sopportare il martirio.
Verso l’imbrunire, abbiamo toccato il fondo quando alle porte della città è giunto invisibile, come ammantato dalle tenebre, Ezechiele Vinti, l’eretico…un uomo che dovrebbe pendere o bruciare sul rogo…
Ma combatterà al nostro fianco, perché questa è la volontà del papa…
Di grande considerazione, gode un bizzarro gruppo di mercenari, capitanato da un uomo che stando alle chiacchiere più recenti, dovrebbe diventare paladino…un branco di rozzi e selvaggi, destinati ai nove inferi…
Negli alloggi più sinistri ed angusti, si è rintanato quel maledetto venditore di fumo noto col nome di Karma. Maledetto millantatore, la ferrea legge un giorno lo colpirà senza alcun ritegno.
Un gruppo di reietti provenienti da Mezzaluna, staziona nei punti strategici della città…ombre, nere come la pece od il rigurgito della notte. A comandarli, due strani individui, una donna impassibile ed un folle mascherato.
La guerra se li porterà via tutti e se dovessimo vincere e sopravvivere…beh, ci penserà l’inquisizione.
Possiamo vantare una stima di circa 3000 soldati regolari, più tutti i bizzarri e forse inutili aiuti, giunti da ogni dove.
Domani notte con tutta probabilità, la guerra avrà inizio, possa nostro signore Aoner guidare le nostre mani, i nostri pensieri ed i nostri cuori verso la salvazione.Bernard St. John, inquisitore della chiesa di Aoner
Vedo le stelle.
Alte nel cielo ed ancor più belle di come le rammento nei primissimi anni della mia infanzia.
La notte è meravigliosa, pregna di significati latenti, che le creature del giorno non possono comprendere.
Questa, sarà forse l’ultima notte di pace della mia vita, poiché domani, domani verranno.
Affamati, arrabbiati, feroci e selvaggi come solo le bestie più immonde potrebbero.
Il loro sterminato accampamento non si vede ad occhio nudo, né sentiamo alcunché provenire da oltre le colline ed il bosco.
Firenze dorme, riposa, attende. Spera.
Ed io con essa, per un domani migliore, per un nuovo avvenire.
Famiglie strappate alle proprie abitazioni, massacri.
Pare che questo signore oscuro, sia un uomo d’onore, che disdegni le stragi e gli ammazzamenti.
Idiozie. E se anche fosse vero, allora forse dovrebbe fare una capatina nelle retrovie o controllare i contingenti, che non agiscono sotto il suo diretto controllo.
Mutilazioni, cannibalismo, omicidi rituali, sacrifici, sterminio.
Violenza allo stato puro, in nome di una Dea che prima fu meretrice e poi santa, nell’immondo spazio sacro di questi sudici bastardi.
Cadremo e periremo. Molti di noi, moriranno dilaniati dalle spade e dagli artifici magici di quelle orrende belve assetate di distruzione.
Rido al pensiero di quanto sangue bagnerà questa vallata e di quante piante si nutriranno di esso.
Forse sono folle, ma rido e stringo la mia spada.
Sarà una mischia grandiosa, la più grande, l’unica e sola battaglia per decidere il destino di un regno.
I nostri fratelli, a Thamas attendono altre truppe della malevola Dea, ma se pur riuscissero a respingere l’orda, tutto sarebbe vano se noi consegnassimo Firenze.
La vedrò bruciare, o forse la brucerò con le mie mani, ma non la consegnerò mai nelle mani di quel bastardo portatore di sventura.
Staccherò teste, mozzerò arti, finanche prendere un trofeo per ogni graduato del loro esercito.
Ossa si spezzeranno e lacrimo ed urla agghiaccianti riempiranno i nostri occhi e le nostre orecchie.
Tutto il nostro mondo, sarà solo la morte, la vittoria o la sconfitta.
Saremo delle macchine da guerra pronte ad immolare ogni singola parte del nostro corpo in favore della vittoria finale
Non per Aoner, non per respingere una falsa dea, ma per affrontare il male e scacciarlo.
Per salvare queste persone, che non hanno colpa, se non quella d’esser nati nell’epoca sbagliata.
In alto gli scudi e stringiamoci attorno ai nostri simboli, in alto le spade.
Sono già sporche di sangue.
Troppo, ma non è ancora abbastanza.
Più sangue, più dolore, più sofferenza.
Più morte. Goffredo di Buglione
Marciamo.
Verso Firenze, marciamo, prima della grande battaglia per il destino.
Di giorno e di notte, non daremo tregua alle armate del Dio giusto.
I morti non riposano, la morte non teme conseguenza.
Incalzeremo giorno e notte, logorando i fianchi e sfondando il petto alle fiere e forti schiere difensive che si professano del giusto.
Umilieremo le possenti ed indomite schiere che si nascondono dietro la sottile stoffa di una bandiera.
Impareranno come può bruciare bene una bandiera e quanto poco resistenti siano i loro invincibili scudi, se comparati alla magia arcana che non teme difese.
Meteore pioveranno dal cielo, i loro morti, diventeranno i nostri soldati e mangeranno, ingloberanno tutto e tutti.
Il mondo e la storia stessa si inchineranno innanzi alla mia orda, gli Dei, così tronfi della loro posizione, comprenderanno che c’è un solo vero artefice del fato degli uomini.
La magia e tutte le incredibile meraviglie che da essa si possono ricavare.
Le spade degli uomini, tremeranno innanzi alla versatilità immensa dell’entropica creazione che solo pochi possono padroneggiare.
La magia è la chiave del futuro.
I morti ormai camminano tra noi e nessuna giusta legge naturale impedirà loro di dominare tutto il mondo.
Ovunque, saranno le tenebre e la devastazione.
Il caos regnerà elargendo la sua benevola considerazione.
Ripartiremo da zero, distruzione totale, massima disfatta per l’ordine creato dall’uomo con il freddo acciaio.
L’era della spada è finita, adesso, comincia l’era della magia. Gadean
Forse non dovrei più stupirmi di nulla, eppure ho cenato con un gruppo di commensali che forse nessuno avrebbe il coraggio di ritrarre.
Ho sorbito una insipida minestra seduto al fianco del possente arcimago Karma.
Mi è apparto stanco ed annoiato a dire il vero, logoro nel fisico e nell’animo, niente a che vedere con il possente individuo che mi avevano descritto un tempo.
Di fronte a me, fianco a fianco, senza scambiare una parola, mangiavano Pio Da Todi, il santo ed Ezechiele Vinti…l’eretico…mio buon signore…cosa accade nel mondo…
Vi è stato un attimo di confusione, quando l’illustrissimo Bernard St. John, come prevedibile, ha avuto a che ridire nei confronti di Vinti…il panico ci ha quasi colti ed ho temuto che nella mensa del signore scorresse del sangue.
Goffredo di Buglione, massima autorità è intervenuto a sedare gli animi, sopraggiungendo quasi per caso.
Un consiglio di guerra ci attendeva dopo la nostra rapida cena.
Al tavolo, nella grossa stanza adibita per l’occasione, uomini d’ogni risma.
Ribaldi mascherati e muti, mercenari dall’aria astuta, donne, guerrieri con antiche pitture di guerra in volto, maghi e quant’altro.
Brutte notizie sono giunte dall’accampamento dei nostri avversari.
Un nuovo potente alleato marcia tra le loro fila, il maestro d’armi che ha terrorizzato tutta la cristianità.
E poi ancora demoni, giganti, scheletri e non morti, pericolosi ricercati, banditi, spiriti e quant’altro.
Temiamo per la nostra vita e per la vita delle nostre preziosissime genti.
Siamo pronti a combattere, ma forse non siamo in grado di sostenere l’impeto del male che avanza.
Possa Aoner avere pietà di noi. Raieaux Beauregard
Si vocifera che quel leggendario bardo dai poteri misteriosi si sia schierato dalla parte dei difensori.
Forse la faccenda della neutralità è tutta una scusa per fare i proprio comodi, o forse, come molti dicono, la neutralità non esiste, c’è sempre una scelta da fare, sempre un luogo nel quale soggiornare e persone con le quali interagire più o meno amichevolmente.
Questo vale anche per me.
Comunque, pare che il nostro Boltraffio, il buon bardo dalle vesti neri che ci portiamo dietro, abbia ricevuto un prezioso dono che lo aiuterà a contrastare la magia di Jethro Tull.
Sennar il mago oscuro, è tornato di corsa con il prezioso liuto che potrebbe contribuire alla vittoria delle nostre fila. Ottimo lavoro, ha raggiunto l’obiettivo, anteponendo la missione a tutto e tutti, per questo avrà sicuramente dei gradi e la possibilità di divenire qualcuno, forse un giorno.
Ho temuto che il suo gruppo fosse stato trucidato del tutto, ed in effetti, per quanto a Xilion non importasse affatto di quei miserabili sottoposti, mi sarebbe dispiaciuto per una fine così ingloriosa.
Alla fine sono tornati tutti eccetto la donna, morta in circostanze misteriose a quanto pare.
Nessuno ha fatto domande.
Ahron McHill, è partito senza neanche ristorarsi.
La guerra non ammette pause.
Uther Pendragon e Tarzork erano ridotti male ma ancora in piedi e smaniosi di combattere.
Woldan che non s’era unito alla missione, pare essersi ricongiunto al gruppo e dunque, adesso, sono tornati insieme e pronti a battersi.
Non sono certo loro a dare forza alle nostre fila eppure sembra che il signore oscuro confidi molto in loro.
Xilion li detesta profondamente, ma credo che non sia importante giunti a questo punto.
Se mi guardo attorno, non vedo altro che facce scarnificate, uomini ammantati, Gradek il gigante, Naile, il nostro comandante non morto, l’unico essere defunto a conservare il proprio raziocinio.
Una macchina indistruttibile in grado di uccidere con un semplice tocco del proprio dito.
E poi ancora Lucian il mago, Al Saad –Avi il demone mediorientale, mezzo uomo mezzo immondo, forse avrebbe qualche parola da scambiare con il buon Sennar.
Ieri un brivido freddo mi ha attraversato la schiena. Mi sono voltato di scatto, ma non sono riuscito a vederlo.
Ma so che era lui....l’essere che si è unito alle nostre fila sin dal principio e che da solo ha devastato intere contrade.
Nessuno lo ha ma visto all’opera perché nessuno è sopravvissuto, compagni o nemici che fossero…forse, anche il signore oscuro in persona teme la sua essenza, perché non è in grado di comprenderla, Xilion lo rispetta…sostiene che egli sia la morte in persona, giunta in forma terrena per sostenere la nostra causa e prendersi diecimila anime….Gadean invece non lo teme e lo fissa sempre gelido, le rare volte in cui si palesa a noi, nel suo manto nero che non gli lascia scoperte neanche le mani.
Con la sua lunga falce rilucente, può tagliare il due lo spirito delle persone.
Ho paura, per la mia vita e quella dei miei uomini. Odio non sapere chi è che si è schierato al mio fianco e perché.
Questa è una guerra di supposizioni ed idee, alleanze dell’ultimo minuto e stratagemmi folli.
Non voglio morire per placare la sete di sangue di qualcuno, voglio morire per il mio ideale ed il mio sogno. Voglio compiacere Gadean e darmi a lui interamente.De Saint-Exupery
PRELUDIO - I coltelli dell’ombra giungono a FirenzeI
l gruppo scelto dei “Coltelli dell’ombra” era giunto a Firenze non senza destare impressione in coloro che avevano avuto la fatalità di scorgerli: trasportati da una nuvola, davano la netta sensazione di camminare nel vento. Atterrarono, nell’assoluto silenzio del tramonto, sulla grande terrazza che faceva parte del complesso assegnato a Karma, il venerabile incantatore amico di dama Draugluin. Il manipolo, composto da 50 unità, si presentava estremamente eterogeneo da molteplici punti di vista; tra loro erano presenti individui di età, sesso e razze diversi, equipaggiati ognuno alla sua maniera, a significare che ciascuno ricopriva una propria ed esclusiva mansione. Come in un puzzle portato a termine, essi, che ne simboleggiavano le differenti tessere, si mostravano perfettamente disciplinati e compatti.
I due individui mascherati che li guidavano non fecero quasi in tempo a posare le loro calzature sulla solida pietra, che già stavano impartendo ordini ed assegnando compiti. Subito dopo, entrarono nella torre, attesi da Karma nei suoi alloggi privati.
I 50 coltelli dell’ombra, rimasti sull’ampia terrazza, cominciarono ad approntare varie tende e a sistemare il loro equipaggiamento: con grande stupore di molti, quello sarebbe stato il loro accampamento. Probabilmente nessuno degli spettatori era a conoscenza del valore straordinario del loro equipaggiamento. Ognuna di quelle tende, all’apparenza inadeguate, si apriva in una sorta di spazio dilatato, capace di contenere anche 10 letti con armadio annesso, un bagno funzionante e un salottino.
Mentre il gruppo scelto sbrigava faccende di natura pratica, i due comandanti venivano aggiornati da Karma sulla situazione.
Era il giorno prima dell’inizio della guerra.
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Gli alloggi di Karma presentavano il disordine tipico dei maghi intenti allo studio; Karma, con l’ausilio di alcune cartine e dispacci, aveva illustrato con minuzia la difficile situazione in cui verteva Firenze, palesando ai comandanti dei Coltelli la sua posizione ed i suoi intenti in seno alla strategia approntata per l’indomani. I due comandanti discussero, poi, su come sfruttare al meglio i loro Coltelli, decidendo di posizionarsi preferibilmente sul fianco del nemico, ma occultati da un contingente di fanteria. Se fosse stato necessario avrebbero ricorso all’invisibilità magica per attaccare di sorpresa ed a più riprese, avvalendosi della tattica della guerriglia, una tattica in cui erano impareggiabili. Avevano portato con loro anche valenti incantatori da guerra e sacerdoti.
Il momento di agire per loro, tuttavia, era già giunto: entrambi i comandanti, con l’ausilio di due agenti addestrati all’uopo, si sarebbero inoltrati nella notte verso l’accampamento nemico, con la ferma intenzione di spiarne i movimenti.
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La Dama di Mezzaluna aveva inviato Mask, la sua personale guardia del corpo, a Firenze quale capo della sua delegazione. Non tutti conoscevano interamente le potenzialità di questa creatura, temuta da molti. Rappresentava l’ignoto, con quel corpo, indubbiamente atletico e forte, completamente isolato dall’ambiente; perennemente coperto, nessuno ha mai anche solo intravisto la sua pelle e, soprattutto, udito la sua voce, incoraggiando varie stralunate ipotesi sul suo conto. Alcuni dicono che sia un scheletro, altri lo spettro di qualche pirata imprigionato dalla magia della Dama. Altri dicono che sia un addirittura un principe drow proveniente dalle profondità. Il più temuto uomo di Mezzaluna, in ogni modo, si aggirava per Firenze e prenderà parte alla guerra che segnerà questa era.
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Una mezza maschera color violetto copriva in parte il viso del secondo comandante, una donna non molto alta, ma estremamente agile. Indossava gli abiti tipici dei frequentatori delle ombre, stivali di fattura elfica e un cappello nero a tesa larga sormontato da una grossa piuma verde. Nessuna pareva conoscerla, ma tutti le dimostravano riverenza, colpiti dalla estrema sicurezza che traspariva dai suoi gesti. Fredda di fronte all’imminente pericolo, avrebbe lasciato un chiaro segno del suo passaggio in quei luoghi, in quel determinato momento storico.
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Le quattro figure si confondevano nell’oscurità della notte, così silenziosi da non destare neanche il canto dei pochi coraggiosi grilli rimasti. Erano partiti dalla stessa postazione, per poi intraprendere strade diverse, in modo da conquistare più punti d’osservazione.
Veloci e letali, si avvicinavano senza tregua all’accampamento nemico, da cui provenivano urla disumane e lugubri canti. Ognuno dei Coltelli, incappucciati e con le calzature fasciate, cercarono di sfruttare le ombre create dai vari falò accesi per avvicinarsi il più possibile. Un tetro spettacolo veniva offerto loro da quell’ammasso disordinato di tende: orchi sporchi del sangue residuo delle loro precedenti carneficine, altari improvvisati con le ossa dei sacrificati su cui si affaccendavano chierici dall’anima nera, soldati di ogni risma che vomitavano fiumi di imprecazioni. I padiglioni riservati ai capi dell’esercito si trovavano al centro dell’accampamento ed erano, ovviamente, impossibili da raggiungere senza correre inutili rischi. Le direttive della Dama erano state inequivocabili: controllare il perimetro del campo, quantificarne le forze, accertarsi della presenza di macchine da guerra. Dopo quasi due ore di osservazione, avevano raccolto le informazioni richieste. L’esercito di Chtyara era spropositato e il Signore Oscuro non aveva badato a spese per equipaggiarlo. Enormi torri d’assalto e catapulte, giganti crudeli, non-morti di tutte le taglie…un arsenale spaventoso, reso ancor più pericolo dall’evidente mancanza di una pur minima pietà. Entrambi i sottoposti si resero conto che le valutazioni dei molti strateghi di Aoner erano errate, infatti non sembrava affatto che l’esercito nemico si stesse preparando per un attacco notturno. Questo, in parte, li rincuorò.
Mask era riuscito ad avvicinarsi in maggior misura rispetto agli suoi compagni, evitando accuratamente le sentinelle e senza incappare nella rete magica protettiva che avvolgeva l’accampamento. I suoi occhi erano in grado di vedere chiaramente quei sottili filamenti di energia nera prodotti dai maghi di Chtyara. Quello che non gli sembrava possibile aver visto, volgendo l’attenzione al fervore che brulicava all’interno della cerchia di falò, fu una figura leggendaria che mai avrebbe creduto potersi aggirare tra quelle corrotte esistenze: l’uomo conosciuto come il “Maestro d’armi”. Nonostante gli occhi iniettati di sangue e le vesti logore che indossava, nonostante si sapesse essere in parte posseduto da quella superba spada demoniaca, Mask era convinto che non tutto fosse perduto in lui, almeno così parve di aver compreso dalle metaforiche parole di Jethro Tull. Ma ora, il Maestro d’armi con la spada di Hurricane avrebbero seminato solo distruzione. Quell’uomo avrebbe potuto fare la differenza.
Il misterioso comandante mascherato che accompagnava Mask, aveva in mente un altro approccio. La mezza maschera che indossava per celare la sua identità, era un oggetto fuori del comune. Prima di tutto le permetteva di vedere la rete protettiva dell’accampamento, inoltre le dava possibilità di utilizzare l’Arte senza pericolo di essere scoperta da coloro che, sicuramente scrutavano l’area circostante. Ella sapeva che potenti incantatori sorvegliavano la zona, fino a Firenze, con i loro occhi invisibili, per debellare qualsiasi tentativo di spionaggio.
Nell’assoluto silenzio, sicura delle sue possibilità, la donna mascherata cominciò a far vorticare mani e braccia in una danza precisa ed inesorabile, socchiudendo gli occhi. All’improvviso sbarrò questi ultimi e cominciò dapprima a levitare, per poi librarsi in volo. L’incantesimo non era terminato, quindi continuò ad agitare le mani ed il suo corpo cominciò a perdere consistenza, equiparandosi alla brezza notturna. Si diresse al di sopra dell’accampamento nemico, osservando la sua immensità dall’alto. Al centro, posto su un’altura, si ergeva il padiglione del generale Gadean, sul quale l’aveva istruita Karma. Azzardò, allora, un ulteriore incantesimo, pronunciandone la sillaba di lancio ed attingendo, ovviamente, al suo quasi smisurato potere. Le sue capacità auditive si intensificarono, quindi prese a concentrarsi sulla tenda di Gadean, con la speranza di carpire anche solo poche parole. In quel momento, il temibile servitore del Signore Oscuro, era intento a preparare il suo arsenale di incantesimi per la battaglia. Le bastarono pochi termini per rendersi conto a quale formula si stesse dedicando in quel momento, e questo non le piacque affatto.
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Il tempo a disposizione delle spie di Mormegil era giunto al termine; ognuno di loro, seguendo un proprio percorso, fece ritorno al punto d’inizio per rientrare all’interno delle mura di Firenze.
I due sottoposti fecero il loro rapporto ai comandanti mascherati, che si diressero, poi, da Karma e dagli strateghi del consiglio di guerra. Ora avevano ulteriori informazioni per affrontare la battaglia che l’indomani avrebbe deciso le sorti del mondo.
<<< Giorno I >>>
CAPITOLO I - Il Pifferaio ai Cancelli dell'albaC
’era tumulto attorno al portone della città.
Tesa come la corda di un arco pronto a scoccare, l’atmosfera appesantiva il respiro ed imperlava la fronte dei soldati di piccole e fastidiose goccioline di sudore.
I paladini, si aggiravano continuamente tra le truppe regolari, elargendo consigli e rassicurazioni.
Si aspettavano un attacco notturno certo, ma nessuno mai, avrebbe potuto prevedere quale sarebbe stata la strategia del signore oscuro.
Sulle mura, Goffredo di Buglione, con la sua fida Durlindana rinfoderata al fianco, osservava la conformazione del terreno e studiava i punti deboli delle solide mura Fiorentine.
C’erano troppi punti ove far breccia, troppi lati da coprire, eppure sentiva che le difese avrebbero potuto reggere.
Almeno contro le macchine da guerra tradizionali certo, non contro artifizi magici di cui non sapeva nulla.
Tutti quelli che non facevano parte delle truppe della città, erano stati contestualizzati e preposti alla difesa dei molti punti strategici.
I lupi del crepuscolo, come amavano farsi chiamare, gli eroi che avevano recuperato l’armatura di San Gerolamo, sarebbero stati impegnati sul campo, quando la mischia si sarebbe spostata fuori dalle mura.
Per loro, non c’era spazio su di esse, non c’era impresa ad attenderli.
Il gruppo dell’antico ordine con volto dipinto, comandato da Beltrem e sostenuto in fierezza dal guerriero chiamato Sirius, aveva lo stesso compito.
Spade e magia.
Sulle mura, assieme a Goffredo, pensieroso e teso oltremodo, attendevano ansiosi una macchia nera in lontananza, Beauregard il misericordioso, Pio da Todi, il santo e Bernard St.John, l’inquisitore.
Più una sorpresa inaspettata, una figura che s’era fatta avanti quella mattina, penetrando nella città dal versante sud.
<porta sfortuna non accogliere e ristorare un bardo>aveva detto. Poi era stato accompagnato dal capitano e s’era presentato come Jethro Tull.
La guerra è propaganda, la guerra è ideale ed incitamento, dunque nel giro di poche ore, tutti sapevano, combattenti e non, che il leggendario bardo, eroe di tante imprese s’era fatto avanti ed avrebbe suonato la marcia delle vittoria per Firenze.
Non vi sarebbero stati discorsi di incitamento ne buone parole, proferite da fratello a fratello.
Tutte le guide e le colonne portanti della fede, s’erano trincerate dietro solitudine e silenzio, costantemente immersi in pensieri variegati.
Funesto presagio per i superstiziosi, segno di grande devozione e riverenza per i più.
I veri uomini, non cercavano sostegno nelle altrui parole o nell’altrui volontà, bensì scavavano nel profondo e trovavano il proprio equilibrio e la forza interiore.
Ma non tutti gli uomini, sentono gravare su di se, il peso di migliaia di vite, pure, innocenti.
Jethro Tull, raggiunse la vetta delle mura e sedette con le gambe in fuori, a piedi nudi, lasciando che il vento li accarezzasse.
Imbracciò il suo strumento a forma di drago e prese a suonare, lentamente, note così lunghe che le dita parevano non muoversi mai.
Qualcuno dapprima protestò, ma successivamente, tutti tacquero ed ascoltarono la soave melodia che si estendeva progressivamente attraverso fili invisibili.
Goffredo ebbe un fremito. Qualcosa stava accadendo, un suono innaturale aveva sconvolto il suo corpo e lo stava lentamente facendo scivolare in un torpore ingannevole.
Tentò di resistere ma non ebbe la forza di protestare.
Non vedeva niente, solo luci confuse e danzanti, poi uno specchio che lo rifletteva pallido ed emaciato.
Stanco, distrutto dai giorni di veglia e dalla tensione che lo stava consumando.
<ho scordato per cosa combatto?>strinse i pugni ed ancora ricacciò la magia che si faceva strada in lui.
Non voleva accettare quella sensazione di benessere e di placida tranquillità.
Voleva affogare nell’acida bile che stava consumando ora dopo ora, in attesa di seminare morte e distruzione.
Poi comprese quanto futile fosse l’odio e la rabbia che lo stavano distruggendo dall’interno e che la guerra, assumeva ai suoi occhi, connotati opachi, rozzi e senza onore.
Liberandosi dal senso di sgomento, per la rivelazione accettata, lasciò che la melodia lo avvolgesse per intero, rammentando il sorriso e l’armonia di ogni dama che gli aveva regalato un inchino e di ogni bambino che sorridente, aveva cercato di emularne le gesta con un ramoscello in mano, brandito a mo di spada.
Ripercorse la strada al paladinato e la pesante responsabilità conferitagli senza preavviso, a poche settimane dalla guerra.
Tutto il mondo era ormai, interamente concentrato sulla punta delle loro spade.
Scosse il capo violentemente per liberarsi da quel pensiero.
<no>disse sussultando.
Il cuore. Era il cuore il fulcro del mondo.
Tristemente, comprendeva che presto si sarebbe parlato di nuovo mondo, perché una guerra di quelle proporzioni, indipendentemente dal vincitore, avrebbe cambiato ogni cosa.
Sorrise ed aprì gli occhi volgendosi alla sua Firenze.
Sull’intera città, una cappa evanescente e luminosa, simile all’aurora ed in costante movimento, come onda che dalla spiaggia si ritira, troneggiava illuminando di luce nuova e diversa, ogni dettaglio, ogni scorcio di strada, ogni monumento ed ogni singolo filamento d’animo umano.
Anche coloro che preda del sonno, dormivano il proprio agitato riposo, trovarono serenità e vigore.
Presto, tutti i soldati persero il senso di affaticamento che li aveva accompagnati nelle ultime ore e come Goffredo, nel profondo del cuore, compresero quale fosse la reale motivazione che li spingeva alla lotta.
Dopo un’ora intera di esecuzione, Jethro Tull si alzò in piedi e sul bordo delle mura, scrutò l’orizzonte cupo in volto.
Una brezza leggera e tiepida incorniciava la sua figura statuaria.
CAPITOLO II - Vincere o Perdere La SperanzaG
adean aveva pianificato la strategia d’attacco nei minimi dettagli, ma un dubbio s’era insinuato nei meandri del suo portentoso intelletto, come un viscido serpente.
Certo Firenze si aspettava un attacco notturno che favorisse il suo esercito di non morti e su tale base, aveva già deciso di saggiare le difese della città, inviando gli stupidi mezz’orchi di Tarzork, il gigante Gradek con i suoi servitori, ed un manipolo di almeno 500 mercenari, per infastidire, provocare e scrutare con la sua vista sovrannaturale, la composizione e lo schieramento di baliste ed arcieri.
La prima ondata, si sarebbe servita di testuggini atte a ripararli sino all’avvicinamento alle mura ed al portone.
Da li in poi, ariete, scale e quant’altro.
Anche una torre mobile che Gradek non avrebbe fatto fatica a spingere.
Uscendo dalla propria tenda, Gadean osservò il gigante che torreggiava su chiunque in nell’accampamento.
Un essere di almeno sei metri, sproporzionato per quanto riguardava forza ed agilità, oltre il doppio dei comuni e comunque rari giganti, che gli era capitato di vedere nel corso degli infiniti viaggi attraverso i misteri del mondo.
Una macchina per distruggere inarrestabile e senza pietà.
I suoi ogre, devoti per fanatismo oltre che per paura, tutti insieme non servivano ad emulare neanche la potenza di un suo immenso braccio.
La spada che brandiva, rozza, arrugginita ed enorme, era senza dubbio l’arma da mischia più grande del regno.
Nata per forza di cose da un artifizio magico, era una sana e potente base di partenza per sfondare le difese.
La sola vista di quell’essere avrebbe messo in ginocchio lo spirito e la forza di volontà dei semplici soldati preposti alla difesa.
Per quanto riguardava i paladini, anche se il cuore indomito non gli avrebbe consentito di arretrare, la spada del gigante li avrebbe comunque fatti ricongiungere ad Aoner.
Il primo blocco d’attacco era dunque deciso, ma c’era una sola incognita non programmata.
Gradek aveva fatto terra bruciata attorno a se, scacciando prepotentemente tutti quelli che occupavano la porzione di accampamento, che aveva scelto come suo angolo di ozio e bivacco.
Servito e riverito dai suoi sgherri, si nutriva e beveva per venti persone comuni, tuttavia, non aveva calcolato il silenzioso e nuovo membro dell’esercito che non lo degnava di uno sguardo e che non pareva risentire della vicinanza del mostro.
Il maestro d’armi, seduto a braccia conserte, aspettava pazientemente l’ordine di attacco e gli sviluppi di quella guerra che per lui non significava nulla.
Il gigante strinse la sua possente spada tra le mani e con un passo pesante raggiunse l’omiciattolo.
Non gli andava giù la boria di quell’uomo e tanto meno la sua fama ingiustificata, dettata dallo spadone che si portava dietro. Poco più di un pugnale da lancio per lui.
Delicatamente, pose la propria spada di fianco all’uomo e sedette immediatamente a sinistra di essa, osservando le reazioni.
Nell’accampamento, una ferrea disciplina vigeva e neanche il rozzo gigante avrebbe sfidato l’autorità di Gadean o di Xilior, tuttavia non avrebbe rinunciato a divertirsi un po’.
<allora quella è la famigerata spada di Hurricane>disse con una voce potente come il ruggito di un leone <sembra piuttosto…pesante>rise di gusto.
<chissà, forse un uomo che riesce a brandirla…ed a combatterci, potrebbe essere davvero forte…oltre che un vero esperto di armi…un maestro d’armi certo…un vero e proprio esperto…>rise ancora.
Poi sollevò la propria spada e la porse all’uomo che silenzioso non lo aveva ancora degnato di uno sguardo.
Non abituato a tali reazioni, Gradek quasi cedette alla collera, ma infine, forte anche del rispetto e del terrore che tutti nutrivano nei suoi confronti, decise che non era il caso di dare ulteriori dimostrazioni della sua potenza. Si sarebbe solo divertito ad umiliare ulteriormente il piccolo ed insignificante uomo.
<tieni>disse mettendogli la spada davanti <o nobile maestro d’armi…dai un’occhiata alla mia spada e dimmi cosa ne pensi…!>rise di gusto accertandosi che in molti stessero osservando la scena.
Nessuno si era palesemente fatto avanti, troppo impauriti dai due soggetti, tuttavia, sguardi curiosi serpeggiavano tra le fila a tiro della vociona tonante del gigante.
Il maestro d’armi si mosse per la prima volta da un’ora a quella parte.
Volse il capo a Gradek e studiò la sua arma.
L’impugnatura era abbastanza sottile, ma per un uomo troppo grande e scomoda.
Tuttavia, una mano poteva avvolgerne oltre la metà, dunque la prese delicatamente dal gigante, sempre stando seduto e la tenne diritta davanti a se.
Lo stupore avvinse il mostro enorme che quasi ebbe un mancamento.
L’uomo sollevò la spada sopra la propria testa e calò un fendente fermandosi a pochi centimetri da terra.
Studiando i tratti della lama, dette l’idea di avere una chiara idea di cosa stesse facendo, mentre i presenti, adesso s’erano del tutto pietrificati per assistere alla scena, incuranti di ogni conseguenza.
Il micromondo dell’accampamento, s’era concentrato nel palmo della mano di un uomo.
Infine, il maestro d’armi porse la spada a Gradek, che la trasse a se con un piglio che non prometteva nulla di buono.
<è sbilanciata di 50 grammi a sinistra!>disse il maestro d’armi senza tradire alcuna emozione rilevante.
A quel punto, la piccola calca che non celava più il proprio interesse, attendeva con impazienza uno sviluppo di pura violenza.
Per quanto l’influsso dei generali fosse forte e la non disciplina punita con la morte, la concentrazione di guerrieri abituati alla violenza al combattimento ed all’odore, finanche al sapore del sangue, era pronta ad implodere tra le fila del terrore.
Gradek era in procinto di demarcare grandemente il suo impero personale, costituito dal puro terrore.
Gli bastava un singolo istante. Sollevare la spada e calare un micidiale fendente per ridurre in poltiglia l’arrogante bastardo che s’era permesso di non riverirlo come si conveniva.
La tensione crebbe e quando il fato era in procinto di dettare legge e prendere parte attiva nella storia, l’immenso Gadean, frenò ogni impeto selvaggio che serpeggiava tra le fila mormoranti.
Si presentò apparento dal nulla, fuoriuscendo da una cornice leggera come l’aria di cui era composta.
Ritto nella sua postura marziale, bellissimo ed la pari cupo e tenebroso.
I forti e fieri guerrieri si accalcarono attorno a lui. Sapevano che si palesava solo quando un grande sviluppo era imminente.
<miei prodi, miei fortissimi e famigeratissimi… tra due ore, sotto la luce del sole, non quando la logica lo impone, ma quando noi, lo vogliamo, attaccheremo le mura di Firenze….
Le loro moltitudini si sono già rifugiate al suo interno.
Fattorie, campagne e città, sono ormai sgombre…ci hanno lasciato campo liberi e poche centinaia di soldati saranno sufficienti a stabilire predominio…ma la nostra missione, il nostro scopo, resta uno soltanto.
Prenderemo la città e renderemo schiava o libera, la moltitudine di Aoner…a loro scegliere se divenire esseri finalmente senzienti o se marcire in fredde celle…
I barbari ed i mezz’orchi, capitaneranno l’assalto iniziale, come da loro richiesto.
Due ondate, sui fianchi, dove le mura sono più deboli, con testuggini, torri, troie e gatti, assalterete le mura, farete breccia e penetrerete in quel di Firenze.
Un gruppo, verrà guidato dall’indistruttibile Gradek, che con il suo seguito personale, non tarderà a far breccia, mentre l’altro…sarà nelle mani del valoroso maestro d’armi...>.
A quelle parole, Tarzok ebbe un sussulto e grugnì rabbiosamente. Chi era quel maestro d’armi, per prendersi la sua gloria ed il suo comando.
Tacque senza fiatare, ma nella sua mente, il primitivo bisogni di predominio ed affermazione, si fece strada attraverso contorte e violente ripercussioni.
Non avrebbe discusso gli ordini ed avrebbe seguito quel miserabile uomo, ma dopo, dopo avrebbe messo in pratica il suo proposito.
Fare fuori lui e prendere il comando, tornare vincitore e stuprare, mutilare, uccidere e seviziare.
Rise di gusto e fissò con aria di sfida il maestro d’armi che dal canto suo, si limitò ad osservare Gadean.
L’arcimago chiamò a raccolta tutti i soldati preposti a tale attacco, garantendo un supporto in termini di macchine da guerra ed una seconda orda di barbari, più una terza di non morti, pronta a divorare ogni santo uomo.
<il nostro attacco giungerà a mezzogiorno…se qualcuno di loro ha ancora stomaco per mangiare…sventrateglielo ed offrite ciò che ne fuoriesce, alla Dea nera…!>rise e scomparve, mentre le schiere si mettevano in moto per prepararsi.
Il suo scopo era uno ed uno soltanto.
Firenze non attendeva certamente un così possente attacco, l’onda d’urto più forte sin dal principio e dunque, seppure non fossero riusciti a piegare la città in breve tempo, questa prima strage, questa prima distruzione totale, avrebbe messo in ginocchio le speranze di vittoria finale di ogni soldato e paladino dell’esercito.
Con Gradek ed il maestro d’armi, non c’era verso che le mura non subissero danno, non c’era speranza per le prime difese.
E con un po’ di fortuna, non ci sarebbe stata speranza per il maledetto bastardo con lo spadone, che avrebbe servito la Dea e poi sarebbe perito tristemente sotto le astute difese Fiorentine.
In un modo o nell’altro, avrebbe avuto tutto ciò che desiderava e preso il mondo nel palmo della mano.
Una imminente breccia nel mana stava per prodursi a Firenze e l’unico a trarne giovamento sarebbe stato lui.
CAPITOLO III - Il patto dell'EreticoL
’attacco a detta di molti sarebbe stato notturno.
Tenebre per il male oscuro, eppure il gruppo dei coltelli giunto da mezzaluna, s’era espresso in maniera definitiva, asserendo che l’assalto sarebbe avvenuto in giornata.
Karma informò Goffredo della faccenda ed il capo dei paladini, non ebbe assolutamente di che dubitare della parola del mago.
Tuttavia, l’errore che compì Firenze in quell’uggioso pomeriggio, fu di sottovalutare il concetto di prima ondata e soprattutto le intenzioni del nemico.
Gli assedianti, generalmente tendevano ad assumere una strategia in grado di logorare gli assediati, togliendo loro i viveri, la libertà e la speranza.
Dunque era atteso un primo dispaccio di schifosi non morti o addirittura qualcuno per parlamentare sulle condizioni della resa eventuale e simili.
Raistlin Majere, dall’alto delle proprie capacità magiche, era scivolato all’interno del piccolo tempio sul margine orientale della città ed osservava l’armatura di San Gerolamo che aveva contribuito a raccogliere.
La studiò a lungo senza trovare alcun alone magico o caratteristiche che la rendessero speciale.
Era tuttavia un simbolo inequivocabilmente potente e con l’ausilio di un pizzico di furbizia, forse sarebbe potuta divenire estremamente utile alla causa.
Peccato solo, che gli sciocchi fanatici, enormemente devoti alla causa, non avrebbero fatto altro che gettarla in pasto al nemico, in attesa di un miracolo che non sarebbe mai avvenuto.
Raistlin venne aggredito da uno dei suo attacchi di tosse ma non riuscì a contenersi, un fiotto di sangue gli ricoprì il palmo.
Due soldati, penetrarono immediatamente nella struttura, al che, il mago indietreggiò nell’ombra e con alcune semplici parole, divenne parte di esse occultandosi alla vista.
I soldati diedero una rapida occhiata per accertare la presenza di estranei e quando non ne videro, tornarono pigramente di guardia.
Trascorsero alcuni minuti di silenzio assoluto, poi un vociare confuso proruppe nella stanza, seguito da un vecchio canuto che bofonchiava qualcosa.
Raistlin lo riconobbe come una delle figure più importanti in quel di Firenze.
Importante e discussa, visto l’appellativo a lui conferito.
Ezechiele Vinti, L’eretico.
L’uomo entrò claudicando e si pose innanzi l’armatura con aria inquisitrice.
Raistlin, forte dell’incantesimo ancora in atto, non si scompose e curioso, attese sviluppi.
<è una gran bella reliquia, non c’è che dire, ma qualcosa mi dice, che il buon Gerolamo ha smesso di fare miracoli>.
Ezechiele tossì, poi si volse a Raistlin e sorrise.
<sai ragazzo, io ero presente quando Gerolamo spirò…per la prima volta…e per lui ho pregato un giorno intero, affinché Aoner lo prendesse nelle sue grazie>.
Raistlin trasalì e nervosamente strinse il suo bastone, speranzoso di sbagliarsi.
Ezechiele gli sorrise ancora ed a quel punto non ebbe più dubbi.
Lo vedeva eccome. Non solo, lo vedeva e si stava godendo il disagio del mago.
Raistlin avanzò cauto.
<sorpreso ragazzo? La tua magia non è così infallibile come diresti forse…>rise.
Raistlin mantenne il suo tipico contegno e fece un ulteriore passo verso il vecchio.
<devo dedurre, signor Vinti, che è la vostra affinità con la magia non sacra ad avervi fatto guadagnare il vostro appellativo…?!>.
<non esattamente Raistlin Majere, non esattamente…quello ed altre piccole sciocchezze che non starò a raccontare ad una platea così scarna>.
<voi sottovalutate la mia sete di sapere, Vinti>.
<tutt’altro. È soltanto che ad un vecchio come me, non resta che bearsi delle passate glorie e radunare schiere di adoratori, da imbonire con resoconti di tempi oramai andati. A voi non interessa sapere di me e certamente, non vi interessa il santo potere di Gerolamo.
Se un incantatore di un certo livello osserva questo mucchio di rottami, allora ci deve essere senza ombra di dubbio un motivo molto valido>.
Entrambi tacquero e Raistlin percepiva chiaramente che la loro conversazione non poteva essere udita da nessuno.
Si concentrò per esplorare la forza del mana, che silenziosamente era fuoriuscito dall’uomo.
Straordinario, di prima classe.
A seguito di quell’incantesimo, ne Karma, ne Gadean, ne nessun altro mago al mondo avrebbero potuto sentirli o scrutare nelle loro menti.
Ezechiele Vinti era un portentoso stregone ed aveva vinto parte dell’indifferenza del giovane mago.
<ditemi allora, mio giovane amico, cosa vi turba…quali sono i vostri pensieri?>.
Per qualche minuto, discussero della guerra, dei fatti recenti e di tutti i dubbi circa le difese.
Infine Raistlin comprese che poteva forse conversare ad alti livelli con quell’uomo e per quanto non avesse intenzione di scomporsi, scelse di aprirsi parzialmente, rivelando le sue idee circa lo spreco e le potenzialità di quel simbolo arrugginito.
Poi senza indugio, conscio di stare parlando ad una persona dalle vedute aperte ed innovative, espose il piano che lui avrebbe messo in atto se gliene fosse stata data la possibilità.
Un piano folle, sacrilego, blasfemo.
<certo signor Vinti, la mia idea, vi porterebbe un notevole margine di vantaggio>disse Raistlin infine con la sua caratteristica tracotanza.
Poi scosse il capo <tuttavia, sono conscio del fatto, che questo mio superbo piano, non potrà mai vedere la luce a causa dell’ottusa visione conservatrice di voi gente di chiesa…e fede…>.
Ezechiele che aveva ascoltato senza interrompere, annuì sicuro, quasi a confermare l’idea del mago.
Poi parlò.
<c’è una certa saggezza e profondità nelle vostre parole Raistlin. E concordo circa la superba idea che avete avuto…però ragazzo mio, mancate di mordente e soprattutto di logica…>.
A quelle parole Raistlin trasalì profondamente offeso, Ezechiele comprese ma non vi diede peso.
<vedete, l’unico uomo di chiesa al corrente di questo vostro piano sono io…e sono anche l’unico uomo di chiesa, che per il resto della giornata, sarà in grado di udire quel che accadrà in questo luogo.
Certo il mio dovere è quello di supervisionare alle infrazioni e controllare che tutto proceda per il meglio, vigilare su queste sante reliquie…ma vedete, il fatto è…che ho molto, molto da fare e sinceramente, non posso preoccuparmi dei blasfemi propositi di ogni uomo qui a Firenze…sia esso un soldato semplice…od un lupo….affamato…e vorace>.
Ezechiele raggiunse l’uscio senza voltarsi.
<sapete Raistlin, credo proprio che per voi non sarebbe prudente girare per Firenze, non siete molto ben visto…in questa stanza starete bene per oggi, e chissà che non decida di passare dopo per portarvi qualcosa da mangiare, acqua, del vino…polveri che si saranno necessarie…pane fresco…e beh….quel che vi occorre...certo…qualunque cosa decidiate di fare con il tempo a vostra disposizione non è affar mio…e non sarà oggetto di indagini da parte di nessuno…>.
Il vecchio rise diabolicamente ed uscì.
<sembra che abbiamo un accordo vecchio eretico…e quale che sia il prezzo da pagare…quale che sia il risultato finale...non saranno i veri visionari a trarne vantaggio, ma quei contadini ignoranti che tanto hanno vessato l’antica conoscenza…beh poco male, la magia non richiede il riconoscimento del popolo…la magia non vive di ammirazione…la magia è…vita!>.
Edited by -:Dream:- - 5/8/2007, 15:46