I nuovi eroi
Atti finali della prima saga Triade
CAPITOLO I - Verso MezzalunaP
resto Dond, Athel, Raistlin e Morzan avrebbero raggiunto Mezzaluna, ed ora Dond osservava i suoi compagni dormire tranquilli, era solo un turno di guardia come gli altri.
Athel...che onore era combattere al suo fianco, un guerriero senza pari, dal cuore grande e all'inseguimento di giustizia per la sua famiglia sterminata da quel Xavier.
Rasitlin...la sofferenza, il desiderio di dimostrare a se stesso che tutti coloro che lo schernivano da sempre, che gli resero la vita un inferno, e lui ha sacrificato tutto, pur di uscirne.
Morzan...lui era ancora un mistero, ma qualcosa lo muoveva, qualcosa di simile a ciò che muoveva Raistlin e Athel.
Dond invece...era solo un aspirante paladino, un cavaliere partito alla ricerca di un uomo maledetto, e finito con l'immischiarsi in una guerra molto, troppo più grande di lui.
Sfilò la gemma rossa che portava al collo, e la guardò risplendere al fuoco del falò del loro accampamento. Girò il medaglione, e lesse dietro di esso quelle minuscole incisioni che ormai conosceva a memoria.
Ti dono il mio cuore. Sii forte. Sii giusto. Sii sincero
Impallidì...non le ricordava. Era come se le leggesse per la prima volta...avrebbe giurato su Aoner stesso che fossero state differenti solo qualche giorno prima.
Chiuse il pugno, e sentì lacrime calde che gli scendevano lungo le guance.
Dopotutto...anche lui era mosso da qualcos'altro.
Lei era morta stringendogli la mano....e giurandogli che non lo avrebbe mai lasciato solo. Il suo cuore lo avrebbe accompagnato sempre. Lo avrebbe visto combattere contro il Male, lo avrebbe osservato mentre faceva ciò che era giusto, mentre aiutava il prossimo a realizzare i propri sogni. E avrebbe atteso il giorno nel quale sarebbero tornati insieme.
Doveva fare ciò che sentiva giusto. Lei doveva essere orgogliosa di lui, lui che aveva ricevuto in dono il suo cuore.
Guardò i suoi compagni, sapendo dentro di sè che probabilmente dopo Mezzaluna non li avrebbe più rivisti. Dopo aver portato il Brotichio Lunaris a Karma, a Firenze...lui sarebbe rimasto. Assieme a Goffredo. Baciò la gemma rossa del medaglione, quel dono che lei gli aveva fatto, il giorno in cui si erano sposati, lo avrebbe seguito sempre, anche nella tomba.
Reindossò il Cuore di Arianna, e svegliò Athel. Era il suo turno di guardia, ora.
“Che cosa hai fatto athel? Sei pieno di graffi!”
“ sono caduto in quel cespuglio di rovi mentre rincorrevo Fenril!”disse il piccolo Athel al padre,con gli occhi pieni di lacrime.
“su non piangere,vedrai che il tuo cane tornerà presto,è solo andato a farsi una passeggiata”disse Condor
“ma a me i graffi delle spine fanno male lo stesso”protestò Athel.
“hahahahah!”rise di gusto il padre prendendolo in braccio e camminando verso casa………………..
Poi l’immagine di Athel e di suo padre che lo stringeva ase scomparve,al suo posto comparvero fuoco e………Morte,un intero campo pieno di morti,dal quale si ergeva un castello in rovina,
al suo interno un cadavere si alzò……………Athel rimase senza fiato nel vedere il padre orribilmente mutilato,mentre gli veniva incontro………………..“perché non mi hai protetto? perchè non hai protetto il tuo casato?”…….Il cuore del guerriero sembrò scoppiare e si ritrovò bambino a piangere mentre l’immagine del padre che si sacrificava per difenderlo passò di nuovo davanti ai suoi occhi.
“Non ne avevo la forza!” gridò Athel,ma il cadavere lo squadrò in modo duro,
”Non ne hai avuto il coraggio!”………..“No! Non è vero!”rispose Athel,ma le parole che uscivano dalla sua bocca non producevano alcun suono…….rimase in quello stato cercando di dire qualcosa,di farsi sentire da suo padre,ma un ombra nera comparsedietro al cadavere del padre e ancora una volta…….come in passato….Athel vide suo padre essere dilaniato sotto i colpi di quell’essere……… “hahahahahah!Tu sei una nullità è morirai presto…tra atroci sofferenze!”…. Athel non poteva muoversi,voleva fare appello a tutte le sue forze per contrastare quell’ombra che ora ,nella sua mente, rispondeva ala nome di Xavier Pendragon….ma cosa poteva fare un bambino
senza forza…Maledizione,perché era così dabole!...... “Non andrai da nessuna parte!”disse l’ombra,
Athel ormai rassegnato era sul punto di arrendersi,ma qualcosa lo spingeva ad alzare i suoi occhi da bambino…….una luce si frapponeva ora tra lui e l’ombra,ed un volto……quello di un paladino…chi era…lo aveva già incontrato…..Dond.. gli suggerì qualcosa dentro di se…si gli sembrava di ricordare questo nome…il paladino si girò verso di lui con un sorriso “Vuoi già arrenderti? Non ti riconosco più Athel!”… “Datti una mossa!”..giunse un’altra voce da dietro di lui,una voce rauca,quella di un uomo appoggiato ad un bastone,sembrava mafermo,ma i suoi occhi esprimevano una forza ed una vitalità misteriosa….. “Tu sei un guerriero e puoi combattere!”…giunse infine una terza voce da parte di un altro uomo con l’arco sulle spalle e dagli abiti vissuti…da ramingo.
Gli occhi di Athel allora si posarono sullo stemma all’entrata del castello…..Un Lupo…SI !,LUI ERA UN LUPO E DOVEVA COMBATTERE! Il suo corpo si ingrandì e rinforzò di colpo, e si ritrovò adulto,con l’armatura e la spada a doppia lama, era tornato ad essere “AthelVonClauth..il lupo”………………………………………………………………
“ATHEL! ATHEL! SVEGLIATI!” disse Dond al suo compagno addormentato,mentre lo scuoteva cercando di svegliarlo, infine vi riuscì “è il tuo turno di guardia!”…. “Va bene! Vai pure a dormire!”rispose Athel mentre con la mente ripercorreva l’incubo appena trascorso…la sua mano si strinse attorno al medaglione della sua famiglia…….un medaglione a forma di lupo……. Poi lo sguardo passò sui suoi compagni che dormivano…… “Un Branco!” sussurrò tra se e se,mentre un sorriso si allargava sul suo volto.
La strada per Mezzaluna è irta di pericoli, di spie e di ostacoli immensi.
Questo era quello che pensava Dond Klenson, mentre attraversava il campo fiorito, alla volta della meta lontana.
Com’era bello a quell’ora della sera, smosso dal vento e con la luna a rischiararlo.
Il suo cuore era colmo di aspettative e di timori, l’animo pregno di un fervore che presto, forse, lo avrebbe condotto al paladinato, alla somma onorificenza per un servo della chiesa che si batte con la spada.
I suoi compagni avrebbero condiviso quella scelta? Ognuno di loro, preso nel bene e nel male, nel mezzo di una guerra che non gli apparteneva.
Avevano dovuto scegliere. Non una fazione, ma se stessi, il cuore e la spada, il fuoco magico scaturito forse dal più buio e gelido degli inferi.
Raistlin, Morzan ed Athel Von Clauth avanzavano senza cedere un millimetro, a colui che in quel momento apriva la pista, fin troppo colorata e stimolante.
Per degli uomini temprati sotto il giudizio di tuoni e saette, sarebbe stato immensamente strano sedere in quel prato, ed ammirare la bellezza e la purezza della natura.
Eppure per un singolo e breve istante, furono rapiti da quello spettacolo abbacinante, ed annusarono l’aria permeata del soave afrore primaverile.
Il quello stesso campo, a qualche metro di distanza, una graziosa donzelletta, seduta con le gambe incrociate, stava alla luce della luna, e si carezzava i lunghi capelli scuri.
In lontananza, dietro di lei, si potevano scorgere le palizzate di una qualche cittadina, e le fiaccole che ne segnalavano la presenza.
Il gruppo si avvicinò con un certo riserbo, temendo di spaventare la giovane, che, come si avvicinarono, prese a canticchiare una dolce melodia, molto simile ad una ninna nanna.
Incuriositi, i 4 fecero un inchino ed omaggiarono la giovane che li aveva notati, e che con un sorriso aveva ricambiato.
-Milady- disse Dond con un garbo ed una premura paterna che sorprese i compagni –Non ritenete pericoloso sostare in questo campo, da sola, in una notte seppur splendida…ma…pur sempre immersa nella vastità di questi campi. Qualunque malintenzionato potrebbe farle del male, per non parlare delle amene creature che solo con la luna mettono il naso fuori dalle loro tane-.
La ragazza annuì e smise di canticchiare.
-Come siete premuroso messere…e ditemi, tanta nobiltà reca il nome di quale valente benefattore di donzelle indifese?-
-Vogliate perdonarmi, io sono Mathan Went, e questi sono i miei compagni di viaggio…riteniamo di volerci al più presto recare alla locanda, della cittadina in vista, della quale penso facciate parte anche voi-
-Oh no, signor Went, tutt’altro. Io sto aspettando mio fratello, che si è recato in quella graziosa cittadina, che di certo ha una locanda…-
I 4 si scrutarono per un breve momento, provando un senso di inquietudine.
Morzan per primo, si accorse che nel piccolo perimetro occupato dalla giovine, l’aria non era fresca e profumata, bensì stantia e priva di afrori primaverili.
Un lieve odore di terra smossa gli giunse alle narici allertandolo.
-Perdonatemi, di grazia, vostro fratello cosa si è recato a fare a quest’ora della notte in quella cittadina?-domandò Dond.
-Semplicemente a prendere da mangiare miei cari, un pasto per entrambi-
Morzan fece un passo avanti e cinse la spalla di Dond con la mano sinistra cercando di scuoterlo.
-Ascolta, forse faremmo meglio a proseguire, c’è qualcosa che non mi convince in questa ragazza-
Athel Von Clauth ascoltò con estremo interesse ciò che stavano dicendo ma fece finta di nulla.
Nessuno si accorse della sua postura che cambiava, simile a quella di un felino pronto a scattare sulla preda.
-Di cosa parli Morzan? Questa ragazza è del tutto indifesa e forse neanche troppo assennata, non lo noti? Stare di notte in mezzo a questo campo fiorito, fuori dalle palizzate cittadine-asserì Dond tranquillizzando il compagno.
-Brutte storie in questi luoghi amico mio, troppo brutte, dammi retta, marciamo alla volta della città ed entriamo nella prima locanda disposta a darci vitto, laddove nessuno, si spera, potrà disturbarci-.gli disse Morzan a denti stretti.
Dond sorrise ed annuì.
-è un lungo viaggio mio caro amico, e credimi, non ho smesso e non smetterò di fidarmi delle tue sensazioni, ma se c’è una cosa con la quale devo convivere, è il rispetto, per l’amore che nutro nei confronti di coloro che non hanno difese, e sono vessati dagli iniqui. Questa ragazza potrebbe aver subito violenza…potrebbe cadere preda di chiunque voglia farle del male, e sai bene che non posso permetterlo-.
Con fare autoritario, che sfumava meravigliosamente il carattere di quell’uomo benevolente, ma sempre saldamente ancorato ai suoi modi ed ai suoi principi, si avvicinò alla donna e le protese una mano.
-Forza, per il suo bene. Ci segua e forse troveremo qualcuno disposto ad aiutarla-.
La ragazza si mise in ginocchio ed afferrò la mano dell’uomo che con tanta fermezza le aveva imposto una rapida soluzione.
Sorrise e gliela leccò maliziosamente, come assaggiandone la pelle sporca ed affaticata.
Dond deglutì e fece un cenno ai compagni, come a dire: Come potete notare, questa poveretta non è molto in se.
La ragazza rise e si mise in piedi, abbandonandosi tra le braccia del paladino, che con una presa salda, la resse senza indugio. Non gli aveva ancora lasciato la mano.
Sentì il suo respiro sul collo e per un attimo la osservò. Era molto bella, seppur sporca, il genere di donna che avrebbe potuto tenere molti uomini nel palmo della mano.
Un filo d’alito le uscì dalla bocca, raggiungendo le narici di Dond, che nauseato dovette voltarsi di colpo.
-Avresti dovuto dare ascolto al tuo amico…messer Klenson!-
La ragazza morse il collo di Dond, ma un attimo dopo, l’elsa della spada di Athel la colpiva alle costole, mentre, Morzan la tirava via.
Dond cadde su stesso, stordito, lei afferrò entrambi i suoi compagni e li fece ruzzolare in terra.
Rise di gusto e poi si soffermò ad osservare Raistlin, che silenzioso, con la faccia nascosta dall’oscurità e dal cappuccio, non aveva mosso un muscolo.
-Anche tu vuoi aiutarmi, bel tenebroso?-sussurrò lei.
Raistlin sorrise per un momento, mosse lievemente il capo indicando la luna e le porse il palmo della mano.
Lei gli sorrise umettandosi le labbra con la lingua e mosse un passo verso di lui.
Il palmo della mano di Raistlin si colorò in sei differenti modi, ed una sfera di energia, proruppe da esso, andando a colpirle in torace, e scagliandola diversi metri addietro.
-Grazie maestro, forse comincio a capire…-.
Athel e Morzan nel frattempo si erano ripresi e stavolta non erano disposti ad usarle cortesia.
Sfoderarono le spade e si misero in guardia.
Nessuno, sapeva perché la quiete e la serenità erano destinate a svanire senza appello, per quei prodi, figli della tormenta, eppure come sempre accadeva, il marchio della desolazione e del castigo calò su di loro.
Vibrando, urlando, gemendo come un maiale squartato, un uomo correva dalla cittadina, alla quale loro, bramavano invece arrivare.
Chi fosse, non riuscivano a capirlo, ma la velocità con la quale li stava raggiungendo, aveva un che di sovrannaturale.
Meno strano, il fatto che la ragazza si rialzasse dopo il colpo infertole da Raistlin. Ormai era palese che non fosse umana.
Dond appariva frastornato, ma si rimise in piedi e pronto alla pugna, spada e scudo alla mano.
-Diamine…-disse guardando Morzan che sembrava quello più preoccupato.
-Credo che un secondo problema stia giungendo verso di noi cari amici miei!-
L’uomo che correva, ad una decina di metri da loro, proruppe in un balzo impressionante, ed atterrò di fianco alla ragazza, che rimessasi in piedi, aveva ripreso a canticchiare.
Aveva in mano un pargolo svenuto, di circa sei o sette anni.
La ragazza rise ed indicò il bambino.
-Non dicevo bugie giovani avventurieri, come vedete mio fratello ha procurato la cena, ma non credo che ci accontenteremo di questo dolcissimo boccone-.
Il fratello ansimava e tremava, la afferrò per un braccio e la tirò con violenza.
-Dobbiamo andare via!-urlò, -basta giocare, via via!-
Lei lo scansò ed assunse un aria indispettita, si irrigidì in una postura grottesca e mostrò a tutti i presenti, degli enormi canini che grondavano sangue e saliva.
-Silenzio maledetto, ho appena assaggiato il sangue di quell’ingenuo e non ho intenzione di fermarmi-
I 4, che ancora potevano scorgere la città, sebbene concentrati sulla scena, videro qualcosa o qualcuno, che correva verso di loro, ad una velocità superiore, a quella dell’essere che li aveva raggiunti.
-Via, via, stupida folle, viziata, via, via- Il suo urlò si fece agghiacciante, la paura tangibile, eppur tuttavia, egli era palesemente attaccato a quella che chiamava sorella e non aveva intenzione di muovere un muscolo senza di lei.
-Te ne prego, via, andiamo via, lui… sta arrivando!-.
-Silenzio vigliacco- . lo ammonì la sorella altezzosa.
-Sapete una cosa?-Disse Athel –Credo proprio che siamo finiti in mezzo a qualcosa che non ci riguarda…e che è davvero molto pericoloso!-
L’uomo in lontananza giunse ormai in prossimità del piccolo nucleo, e li, in quel frangente, sotto la luce della luna, non poterono non riconoscerlo.
Occhi rossi e feroci come quelli di un demone, forte e possente, con i suoi abiti consunti, privo di qualsiasi armatura, con in testa quello strano copricapo, che solo il pirata noto come Capitan Zibibbo indossava.
Ed in mano. Tra le mani, brandiva un oggetto troppo grosso, troppo pesante, troppo spesso e troppo grezzo per essere chiamato spada.
La donna lo notò e si incattivì ulteriormente.
L’uomo che un tempo era stato noto alle cronache come Jonathan Joestar fece il suo ingresso, affondò la spada in mezzo ai sei, e fu come se un tuono avesse squarciato il terreno.
Tutti lo evitarono, meno Raistlin che in linea diretta venne colpito dall’onda d’urto, e volò di qualche metro all’indietro.
Il maestro d’armi parve ignorare tutti, meno quello che recava con se il bambino.
L’essere si inginocchiò e si fece scudo con la creatura, ma il suo stratagemma venne apparentemente ignorato.
L’enorme spada vibrò in aria e fece per calare come la più atroce delle sentenze.
Dond Klenson, con un balzo disperato scagliò via l’essere, e per miracolo evitò di essere trinciato in due dalla spada, che scavò un altro solco nel terreno.
Lo scudo che aveva dietro la schiena attutì questa seconda onda d’urto, ma fece un rumore preoccupante, così come l’armatura di anelli, che avvertì come allentata.
La sorella della creatura con l’infante, tentò un affondo, provando a braccare il guerriero, ma venne afferrata per il collo, e gettata via.
Il maestro d’armi aveva sorretto la sua arma con una sola mano, e per quanto fosse uno spettacolo unico nel suo genere, non c’era tempo per ammirarlo.
Athel si era recato da Raistlin, che con un po’ di fatica si era rimesso in piedi. Pareva tutto intero anche se acciaccato.
Morzan aveva colpito l’essere con un calcio, e disinteressandosi all’esito di quel colpo, aveva raccolto poi il bambino.
Dond incrociò lo sguardo con il maestro d’armi, i cui occhi rilucevano di un fuoco primordiale.
-Andiamo via- Gli urlò Morzan preoccupato per la piega che gli eventi stavano prendendo.
L’enorme spadone vibrò nuovamente, e stavolta Dond non avrebbe fatto in tempo ad evitarlo, tuttavia si fermò a mezz’aria, giusto un istante, come cullato da una melodia lontana.
Athel? No, si stava muovendo leggero con Raistlin di fianco. Non c’era tempo per pensare.
Quell’attimo, permise al paladino di rotolare sul fianco e di mettersi in salvo.
La spada ricadde pesantemente sul terreno, ed ancora parve che una cannonata si fosse schiantata li nei pressi.
I 4 cominciarono a correre a perdifiato, il bambino era ancora svenuto.
Per qualche attimo si voltarono, e videro la donna divenire una evanescente emanazione e fuggire in alto, mentre la sorte per il fratello fu meno dolce.
Un fendente lo tagliò in due, uccidendolo di colpo. L’urlo fu straziante.
Il maestro d’armi si voltò verso la compagine e prese a camminare con passo svelto.
Rasitlin mosse le mani sotto gli occhi combattuti di Athel, che da una parte si sentiva infiammato nello spirito, per quel guerriero che aveva visto all’opera, mentre di rimando, avrebbe preferito non provocare un avversario del genere senza motivo.
Una sfera infuocata balenò dalle mani dello stregone ad una velocità pazzesca, e finì la corsa contro l’uomo che li stava inseguendo.
Tuttavia, questi oppose l’immenso spadone e la disperse, senza nemmeno rallentare la corsa.
-Bene- sussurrò il mago tenendosi le costole –Qualche idea?-
Morzan riprese a correre e gli altri lo imitarono.
Il maestro d’armi accorciò la distanza che li separava, ma a metà del percorso, deviò verso un bosco lontano, verso il quale si era diretta anche la megera ormai rimasta sola.
Quando giunsero in città, una piccola folla si stava muovendo verso di loro, uomini armati di torce e forconi parevano in caccia, e dopo un primo momento di diffidenza, accolsero quegli avventurieri come degli eroi.
Per aver salvato il piccolo dalle mani delle creature della notte. Nessuna menzione per l’uomo con lo spadone.
I 4 tacquero la faccenda, almeno per il momento, e dichiararono le proprie intenzioni a trascorrere la notte in quel luogo, poi si presentarono e furono raggiunti ed elogiati dal primi cittadino, e benedetti dalla madre del pargolo.
I cittadini gli indicarono la locanda.
Mentre vi si dirigevano, Raistlin sembrava infervorato.
-Abbiamo incontrato qualcosa di unico- Disse.
Athel annuì –Ti capisco, quelle creature si nutrono di esseri viventi, non devono certo crescere sugli alberi-.
-Cosa vuoi che mi importi di quegli inutili bevitori di sangue, a questi contadini ignoranti basterebbe mettere una bella croce sulle porte delle loro abitazioni, e cospargere d’aglio i giacigli dei loro tesorucci…e questo sarebbe sufficiente a tenere lontani quei vampiri!-.
La rivelazione non lasciò indifferente Athel, che si sorprendeva ancora, del cinismo con il quale Raistlin sfoggiava una erudizione, che se messa al servizio di qualcosa di diverso dalla magia, avrebbe potuto aiutare molte genti.
Dond non resistette, e prima di entrare in locanda, si fece controllare l’armatura.
Era completamente lacerata, lo scudo spezzato in due.
-Ma pensa che paccottiglia. Ti hanno dato delle protezioni difettose amico mio- Rise Morzan tentando di stemperare la tensione.
Dond non appariva molto lucido e si limitò a sorridere.
Raistlin osservò le protezioni distrutte dell’amico e si toccò il fianco.
Aveva forse un paio di costole rotte.
Niente era difettoso, l’armatura e lo scudo di Dond erano perfetti, così come lo scudo entropico che aveva lanciato su se stesso.
Ed aveva funzionato certo, perché lui padroneggiava meravigliosamente la sua magia, e non avrebbe mai potuto sbagliate.
Ciononostante, la sola onda d’urto di quello spadone, si, lo stesso che aveva fermato la sua sfera di fuoco, lo aveva quasi spezzato in due.
Sorrise compiaciuto, ecco il senso della ricerca profonda e del sacrificio per essa.
Avrebbe rivisto quella spada, oh si che l’avrebbe rivista.
Si sarebbe fatto spezzare tutte le ossa, ma l’avrebbe rivista eccome, ancora una volta.
Entrarono alfine nella locanda.
Pochi erano gli avventori.
Uno su tutti, incappucciato e con un strumento musicale intarsiato a forma di drago, posto sulla panca, di fianco a lui, catturò subito la loro attenzione.
-Jethro Tull?-si dissero.
L’uomo si tolse il cappuccio e sorrise loro.
-Ancora il vostro bardo preferito…nonostante io via sia debitore della fine di una certa storia…e questo forse mi pare il momento adatto…ma venite dentro, miei giovani amici- Osservò le minuscole ferite al collo di Dond Klenson .
–Sedetevi ed ascoltate la fine della storia di Domkirk…che la lotta pare finita…- Osservò ancora Dond e lo vide intorpidito e quasi assente –Ma la notte….sarà molto lunga…
CAPITOLO II - Il calvario di Dond KlensonJ
ethro Tull imbracciò lo splendido strumento a forma di drago, che ogni bardo degno di tal nome, avrebbe bramato possedere, ed accompagnandosi con una nenia lenta, prese a narrare le gesta, di Axelrod Gunnarsson e del cardinale Domkirk.
Lunga attesa per udire la conclusione di quella ballata, che nonostante i fatti recenti, pareva vecchia di secoli.
Accompagnandosi con del buon vino e del maiale arrosto, Raistlin, Morzan ed Athel godettero di una storia ed una cena ottima.
Dond Klenson, stava disteso accanto al camino.
Solo della zuppa calda per lui, e qualche sorso d’acqua.
Mangiare a sazietà gli avrebbe fatto certamente bene, ma in quel momento, il cibo non era esattamente il rimedio del quale aveva bisogno.
Il suo volto pallido ed emaciato, si sforzava di trasmettere una sensazione di tranquillità, che trascendeva il pessimo stato di salute nel quale versava.
I presenti, avrebbero voluto condurlo in una delle stanze al piano superiore, ma Jethro Tull, insistette per tenerlo li, con loro.
Sorpresi, ma consci che il buon bardo non avrebbe mai cagionato del danno al loro compagno, seppur preoccupati, acconsentirono a tenerlo li.
Coperto, e vicino al fuoco, ma con la spada al fianco e l’armatura indosso.
Sorrideva, mentre ascoltava il resoconto rimato, della storia.
Domkirk, era riuscito a curarsi e con il suo coltello aveva sventrato l’alligatore, poi aveva raggiunto -Axelrod Gunnarsson sul fondo della palude e lo aveva tratto in salvo.
A spalla, aveva dovuto condurlo, per almeno due miglia, potendolo curare a malapena, a causa delle ingenti ferite subite.
In quella dannata palude, andando avanti, logori e stanchi, i due prodi alfine giunsero alle agognate rovine.
Lì, l’anima di coloro che dimoravano in quello spazio di limbo, presero a turbinare attorno ai due, mentre montagne d’ossa formavano un essere spaventoso.
Fu allora che con il suo simbolo sacro, Domkirk illuminò a giorno la zona, e sconfisse le anime, votandosi al solo Dio Aoner e sacrificando parte della sua anima.
Ma l’essere fatto di ossa, era troppo per le difese del buon chierico, che non avendo più potere spirituale al quale appellarsi, non poteva fare altro che tenere a bada la mostruosità.
Ben poco sarebbe rimasto di lui, e le schiere di morti che si alzarono attorno a quella distesa di marcescente putrefazione, non lasciavano scampo agli impavidi, che per la causa sarebbero periti.
La morte li attendeva, ma nel cuore ormai debole del giovane Gunnarsson, batteva una forza che neanche Domkirk aveva calcolato.
Onde concentriche di rossa energia avvolsero il suo corpo, che presto si alzò in piedi, con una smorfia di contrita follia omicida.
Non il giovane ribelle dall’animo giusto regnava su quella palude, bensì il folle stregone re del fuoco, che un tempo aveva dichiarato guerra a tutte le chiese.
Una massa di fuoco si espanse dal suo corpo in tutte le direzioni, bruciando e corrodendo i non morti e l’immenso essere d’ossa, che ancora reclamava il torno di sommo.
Le fiamme avrebbero potuto avvolgere anche Domkirk, ma fu tra le rovine già citate, che egli, trovò l’ancora di salvezza.
Lo scudo di San Gerolamo, arrugginito e ridotto a non servire più, era rivolto verso il basso ed attendeva d’esser tratto da forte mano.
Lo scudo protesse il fedelissimo, e dopo, quando tutto parve finire, il giovane Gunnarsson, giaceva nuovamente in terra, debilitato dalla fatica immane.
Così, i due trassero dalla polvere la storica reliquia, consegnandola ai prodi ed alla storia…che ancora dovrà esser scritta-.
Il bardo, terminato il suo racconto, raccolse gli applausi dei presenti, ma si affrettò a studiare le condizioni del giovane Klenson, che sembrava ora caduto in uno stato di dormiveglia estremamente innaturale.
I compagni, preoccupati si radunarono attorno a lui e ne frenarono l’impeto, quando questi tentò di alzarsi di scatto, in preda a convulsioni frenetiche, ed a una calura innaturale.
Le sue urla ed i gemiti che seguirono, spaventarono i presenti.
Ben presto, tutti si ritirarono nelle proprie camere.
L’oste si offrì di far venire un dottore e la cosa parve sensata ed urgente.
Quando si fu allontanato per chiamarlo, Jethro Tull, chiamò a raccolta i giovani prodi.
-Un mutamento è in atto nel corpo del vostro compagno-disse con voce ferma, senza tradire emozioni.
Raistlin annuì pensieroso –Credo che abbiate ragione e sono quasi certo, che se la creatura che ha cagionato l’inizio di questo mutamento non verrà distrutta al più presto, atroci sofferenze accompagneranno le notti infinite di questo nostro caro e benevolente compagno-.
Athel imbracciò la spada e si diresse verso l’uscio, seguito da Morzan, entrambi parevano aver molto chiara la situazione.
-Folli- li ammonì Raistlin, -dove state andando in questa notte di luna piena?-.
Morzan trasalì fiero ed impavido –Che razza di domanda ci poni Raistlin…raccogli le tue cose e seguici, abbiamo bisogno di tutto il tuo aiuto e di tutta la tua conoscenza…se non vi è altro modo che la lotta, per salvare il nostro compagno, ebbene che lotta sia. Prenderemo quel disgustoso bevitore di sangue e…-
-E combatterete anche contro l’uomo con lo spadone?-li interrupe Jethro Tull benevolmente.
Athel strinse la sua portentosa arma, mentre rammentava la potenza infinita del guerriero appena incontrato.
-Se è necessario io…- disse ma venne interrotto.
-Non è strettamente necessario che voi vaghiate per queste lande. Stanotte, senza sapere con precisione dove andare…e contro cosa combattere.
Chi combatterete è forse un amico, oppure un nemico comune, forse qualcosa che nemmeno io posso comprendere.
Tutto ciò che posso dirvi, è che il coraggio è l’arma più forte di cui è dotato l’uomo, ma che senza il raziocinio, quella stessa arma, diventa una trappola mortale.
Fidatevi di me e per stanotte, lasciate che sia io prendermi cura del vostro compagno.
Riposate, cogitate, io veglierò su di lui, e domattina, potrete andare a scovare la bestia…- fece una pausa, poi si corresse –Le bestie….coloro che dimorano nelle tenebre e che di giorno sono più vulnerabili.
Ma sappiate, cari e giovani avventurieri, che il fato non è stato clemente con voi-
Detto questo, una musica soave si produsse dallo strumento del bardo, senza che questi lo sfiorasse minimamente.
Una beatitudine vacua, pervase la stanza, illuminandone gli angoli.
Come in una fiaba antica, il potere della quietanza si sparse nei cuori dei forti guerrieri.
Le parole del bardo furono ascoltate.
Ferite dovevano guarire, ed una strategia andava approntata.
Si ritirarono tutti nelle proprie camere, lasciando il loro compagno nelle mani dell’immenso bardo.
Questi trasse una sedia e sedette, incollando gli occhi sul volto livido del nobile Klenson
-Buon ragazzo, è grande la sofferenza. Immenso il male che provi.
Ma se il nel tuo cuore, vi è anche soltanto un’oncia di brama dissennata ed ossessiva, se anche vagamente, hai desiderato l’oblio in terra…allora sei destinato a perire.
Stai scivolando pungo la linea di un confine sottile…e presto, dovrai varcarla.
Spetta al tuo cuore scegliere la direzione, ma entro stanotte, comprenderai se ciò che aneli è brama, o nobile speranza.
Adesso dormi, e vivi gli incubi che ti stanno tormentando…odrai solo una melodia, quella che io sceglierò per te.
E nel bene o nel male, sarò testimone di una rinascita…o di una caduta sconfortante.
Ascolta il mio strumento che piange.
Ascoltalo…….
CAPITOLO III - Sfida al maestro d’armiG
iunse il mattino e con il suo pallido chiarore, irradiò il volto assente di Dond Klenson e quello dei compagni.
Il futuro paladino aveva superato la notte, e tentava, stoico, di resistere al male che lo aveva avviluppato.
Tutta la notte, la dolce melodia di Jethro Tull lo aveva accompagnato, attraverso scure valli piene di esseri putrescenti, che in sogni orripilanti, avevano tentato di strappargli le carni.
Athel Von Clauth, si era alzato prestissimo e sul tetto della locanda si era seduto per scrutare il sole nascente.
Raistlin e Morzan, non meno sensibili, si erano arrovellati il cervello alla ricerca di un come, ed entrambi sapevano che quel come, avrebbe significato sangue e morte.
Prima di colazione, si ricongiunsero nella sala principale ma nessuno disse nulla.
Il bardo non appariva particolarmente stanco e si limitò ad un cenno di saluto, con la mano libera.
L’altra, reggeva una pipa verde smeraldo, intarsiata a forma di drago, che ricordava molto quel suo fantasioso strumento.
Dond Klenson esordì nel modo più semplice e diretto possibile.
-Signor Tull…come posso curare il terribile morbo che…mi sta cambiando?-
Jethro Tull lo scrutò a lungo e poi parlò con voce pacata.
-Signor Klenson, normalmente, vi consiglierei di lasciar perdere una simile impresa, ma normalmente, la vostra vita non sarebbe in pericolo…o peggio…la vostra anima, dalla quale in futuro, trarrete la forza per sconfiggere i nemici. Dunque, dirigetevi un paio di miglia a nord ovest, oltre i campi, nel bosco di querce che delimita il sentiero verso la strada maestra per Firenze.
Lì, troverete la dimora della creatura della notte che vi ha contagiato.
Nessun rituale, nessuna formula magica…solo la morte e la distruzione di quell’infelice essere, vi ridarà forze e volontà-
Dond Klenson annuì debolmente, indossò l’armatura, prese la spada e si volse ai compagni, che inaspettatamente lo stavano già superando.
-Io…-Bisbigliò.
Morzan lo interruppe e gli fece cenno di muoversi.
-Non pensarci neanche Dond, non chiederlo, non proporlo…meglio ancora…cammina e basta. Il momento in cui affronterai una minaccia, solo e senza il supporto dei compagni di viaggio ed avventure, verrà solo quando noi, non saremo più i tuoi compagni di avventura-.
Il paladino tentò di protestare per un momento, ma poi rise debolmente.
-Non aveva certo la forza di controbattere o lottare contro il vigoroso supporto dei compagni-.
Annuì silenzioso e si diresse verso l’uscio.
-Mi raccomando signor Klenson…-Disse Jethro Tull senza guardare in volto nessuno dei presenti –Il tutto e per tutto, a qualunque prezzo, perché niente è peggiore della dannazione eterna…quanto a lei Athel, i suoi occhi brillano come non mai, ma stia attento, non cerchi uno scontro che non può vincere…non con la semplice forza almeno-.
Athel Von Clauth finse di non comprendere e si incamminò al seguito del gruppo.
Raistlin stava già trattando per l’acquisto di un carretto in grado di trasportarli tutti.
Morzan si era messo a condurre i cavalli, con Athel di fianco che pensieroso studiava il terreno.
Dietro, Raistlin raccontava a Dond tutto quello che sapeva sugli esseri notturni, rivelando una notevole erudizione, ed una serie di punti deboli della creatura, che per certi versi rincuorarono il paladino.
Morzan ogni tanto gettava un occhio al compagno di fianco.
-A cosa pensi si riferisse Jethro Tull?-domandò.
Athel scrollò le spalle –Non so, ha vegliato tutta la notte su Dond, probabilmente era molto stanco!-
-Certo, probabile, sarebbe folle pensare che lui possa ritenere, che tu voglia sfidare il maestro d’armi in un duello…giusto…-.
Athel annuì –Certo-.
-Voglio dire- continuò Morzan –Che sarebbe davvero stupido sfidare un avversario come quello, da solo, in campo aperto…-.
-Ok, va bene Morzan, ho capito dove vuoi andare a parare, stai tranquillo, tu e gli altri state tranquilli…non cercherò di sfidare il maestro d’armi da solo-borbottò Athel seccato.
-Suona come una promessa-.
-Stiamo solo parlando amico mio, e dovremmo escogitare un piano, tutti insieme ovviamente, perché se il maestro è andato a dare la caccia a quella creatura, è molto probabile che lo incontreremo ancora-.
-Io spero che abbia desistito, o trovato interesse in qualche altro assurdo mostro…ma se fosse li, tutti e 4, sfruttando il terreno e le difficoltà che potrebbe trovare nel brandire quello spadone in mezzo al bosco…beh…potremmo anche batterlo..-
-Parli sul serio?-
Morzan non rispose, divenne pensieroso e poi gettando un occhio a Dond chiese:Conoscevate già questo famigerato maestro d’armi?-.
Athel annuì –è una lunga storia, e priva di dettagli che possano aiutarci a sconfiggerlo..-.
-Bene…ma dovete essere estremamente certi, che si tratti di un nemico da abbattere, e non di un amico da redimere…perché in quel caso il nostro svantaggio sarebbe impossibile da colmare-.
Athel a bocca aperta fissò Morzan che guardava la strada.
Quanto coraggio, determinazione e freddezza, in quello che si stava rivelando sempre più, un degno compagno.
Il maestro d’armi un nemico, un avversario da battere. Voleva combattere con lui, ma effettivamente, non lo aveva mai visto come un vero e proprio nemico.
Una meta forse, qualcuno con cui incrociare il ferro, ma una minaccia concreta, quello proprio no.
Questo era il motivo, per il quale quella notte, li aveva spazzati via tutti e 4 senza fatica.
L’immenso vantaggio dell’istinto battagliero puro, dove ci sono solo amici e nemici, nessun parziale alleato, malcapitato o neutrale spettatore.
Si sentiva ringalluzzito e soprattutto, per la prima volta dalla sera prima, pensava che avrebbero anche potuto vincere.
Tutti insieme, come un gruppo invincibile.
Lungo la strada, cercando un segno che potesse contraddistinguere il passaggio dell’immonda creatura o del maestro d’armi, il gruppo si imbattè in un carro chiuso, rovesciato sulla strada.
Sul sentiero, vi era una giovane fanciulla sporca di sangue, che sorreggeva le spoglie del padre.
Tutt’attorno, vi erano tracce di membra umane dilaniate e segni di battaglia.
Una decina di corpi forse, molti dei quali, appartenenti a membri di quel carro, che recava un segno sul fianco, come se qualcuno lo avesse quasi segato a metà.
Morzan, Raislin ed Athel scesero dal loro carretto, per andare incontro alla fanciulla in lacrime.
Non vi è stato utilizzo di magia, disse Raistilin guardandosi attorno.
Dopo qualche minuto, convinsero la ragazza a parlare.
Erano stati aggrediti da un gruppo di banditi e durante l’attacco, nel quale si erano offerti di collaborare, a patto che venissero risparmiate loro le vite, un uomo che brandiva una spada enorme si era fatto avanti dal fitto del bosco.
Sebbene non paresse avercela con loro, i banditi gli avevano intimato di identificarsi e lo avevano minacciato.
Da quel momento in poi, era stata una girandola di sangue.
L’uomo aveva sterminato tutti senza pietà, mentre il suo amato padre si era preso una pugnalata da uno dei banditi, tentando di farla risalire sul carro per nasconderla.
-Quindi siete stati salvati dall’uomo con lo spadone…-Disse Morzan pensieroso.
La ragazza lo colpì con un debole schiaffo e pianse come la più fragile delle creature.
-…salvati…-Disse singhiozzando -salvati hai detto…vedi quel corpo diviso a metà, laggiù vicino all’albero con la freccia…quella…quella è mia madre…la spada di quell’uomo, nell’impeto della battaglia…ha colpito anche lei, senza pietà, senza curarsi di chi fosse sulla traiettoria del suo colpo…niente…io…-
La ragazza ebbe un fremito e poi svenne, provato oltremodo dall’orrore e dalla fatica.
Athel la adagiò sul carretto distrutto.
-Forse dovremmo toglierlo dalla strada, ma non credo che vi sia il tempo di spostarlo a mano, è rovesciato ed i cavalli sono dispersi, facciamo quello che dobbiamo, poi torneremo a prenderla-.
Mentre gli altri annuivano, la tragedia li colpì in pieno.
Il maestro d’armi, direttamente dal bosco, con un guizzo aveva raggiunto il loro carretto e lo aveva colpito, mandandolo in mille pezzi.
Gli altri urlarono il nome di Dond e nel mentre, scrutarono gli occhi crudeli del loro avversario, che con quella mossa, pareva avergli volutamente precluso la fuga, che forse, se non si fossero immischiati oltre, gli avrebbe concesso.
Agli occhi di Raislin, la sua aura apparve nera e bluastra, e nell’aria, la parola morte, echeggiava di fronda in fronda.
CAPITOLO IV - L'indomito RaistlinR
aistlin avrebbe rammentato quei giorni, come pregni di ottimi spunti per il futuro.
Incontrare una malefica creatura della notte, poteva non essere esattamente una esperienza piacevole, tuttavia, i benefici che quell’incontro avrebbe apportato alla sua già vasta cultura, erano inopinabili.
In più, poteva vedere e percepire quella meravigliosa spada, il cui valore non stava nelle dimensioni o nella fattura, bensì nel potere magico che vi era infuso.
Talmente dirompente, da poterlo accecare se si fosse concentrato a lungo sull’emanazione.
Morzan ed Athel, senza pensarci due volte, si infilarono nel bosco.
Persino Raistlin comprese la loro tattica, elementare forse, ma decisamente l’unica attuabile in quel primo istante di panico.
Farsi inseguire affinché egli potesse prendersi cura di Dond.
Per rafforzare le proprie intenzioni, Morzan scagliò un paio di frecce in rapida sequenza verso il maestro d’armi.
Entrambe si infransero contro l’immenso spadone, ma produssero l’effetto desiderato. Il maestro d’armi s’era gettato all’inseguimento ghignando.
Il mago, impassibile, scrutò ogni linea di potere, che l’immenso blocco di ferro, disegnava in aria.
Un ampio sorriso prese ad allargarsi sul suo volto. Ci sarebbe stato tutto il tempo, tutta una vita se fosse stato necessario, poiché la conoscenza forniva il potere. Ed il vero potere, risiedeva nella magia.
Gli sciocchi che lo avevano sottoposto a vessazioni orrende, che lo avevano schernito, probabilmente sarebbero morte su fetido campo di battaglia, con la spada in mano e gli stivali indosso, invocando gli dei ed una gloria, che non li avrebbe bagnati neanche per un attimo.
Stolti. Penso.
Trattenne ogni altra riflessione e si concentrò su Dond.
Tra i resti del carro, non vi era traccia del sua persona, ne scie di sangue che ne rivelassero una fuga precipitosa.
Era svanito nel nulla ed il prodigio per un momento lo confuse.
Certo, di magia, il buon Klenson non ne masticava, ma naturalmente disponeva di un discreto arsenale, in termini di oggetti, che lo avevano tutelato e forse in definitiva, salvato.
Razionalizzando sulla faccenda, evitò accuratamente di chiamarlo per nome, poiché conoscendolo, non era più in loco, ma sfruttando il poco tempo che gli restava, era corso dietro al maestro d’armi, per aiutare i compagni.
Stolti, avventati e stolti.
Un nemico potente, con il gravare di una maledizione eterna e poco tempo residuo per scacciarla.
Non era un combattente, ma non serviva una spada per eliminare definitivamente il succhiasangue.
Con calma, prese a studiare le tracce sul terreno, il fitto del bosco e camminando, pian piano, le insenature naturali, che avrebbero potuto ospitare la creatura, durante il giorno.
Al riparo dalla luce del sole.
Presto, il suo studio accurato dell’ambiente si rivelò fruttuoso.
Scelse una prima cavità, ma vi trovò semplicemente i resti di pasto di una qualche belva ora assente.
Con la seconda ebbe maggior fortuna.
Il fetore immondo dell’essere, gli punzecchiò le narici, non appena ebbe di che annusare l’aria appestata della piccola grotta.
Piano si avvicino, calmo e senza emettere un gemito, il suo respiro era regolare e non avrebbe disturbato il notturno.
Giunse sempre più vicino, nel buio profondo. Si azzardò a sussurrare un incantesimo, mantenendo altissima la propria concentrazione.
Una piccola scintilla viola si produsse sul palmo della mano, e si riflesse in entrambi gli occhi.
Adesso vedeva e non doveva più avanzare a tentoni.
Il corpo della creatura, era disteso sulla nuda e fredda pietra, immerso in un sonno magico e senza respiro.
Doveva fare in fretta, creature di quella risma, non tolleravano intrusioni ed erano sovente in grado di percepire qualche variazione non gradita nel proprio rifugio, anche se improvvisato.
Da sotto la tunica, estrasse ciò che fino all’altra notte aveva tenuto sempre nello zaino e che non aveva immaginato di dover usare, non a causa di un incontro fortuito, in una notte di luna piena.
-Quello che stai facendo Raistlin, è solo ed esclusivamente in funzione del tua evoluzione, come mago ed essere destinato a trascendere…non vi è altruismo alcuno- pensò mentre stringeva il paletto di frassino della mano destra, ma non ne era esattamente sicuro.
Ultimamente, il suo apprendimento, pareva aver subito una battuta d’arresto. La caparbietà con la quale aveva tentato di adoperarsi, per comprendere il funzionamento dell’oggetto donatogli da Fistantantilus, forse lo aveva frustato oltremodo.
Sorrise. Ci sarebbe riuscito, presto lo avrebbe fatto.
Strinse forte il paletto e calò la mano sino a far sfiorare alla punta, il petto della disgustosa creatura.
Il fetore cominciava a farsi intollerabile.
Un solo colpo secco, il paletto poggiato e spinto verso il basso dal piccolo ma robusto martello di legno, che ora brandiva con la stessa fierezza, che arciere riservava al suo arco.
Poggiò il paletto facendo pressione per aiutarsi ulteriormente e calò il suo colpo, ma in quel momento, un acuto colpo di tosse, lo destabilizzò, impedendogli di compiere la missione che si era prefisso.
Il paletto si conficcò solo per metà, risvegliando istantaneamente il vampiro, che con un solo braccio, afferrò Raislin per la gola e lo scaraventò via, contro la parete situata a poco più di un metro.
Il colpo fu tremendo, una fitta di dolore simile ad una incandescente tortura, gli avvinse tutta la parte posteriore del corpo.
Quell’essere era dotato di una agilità ed una potenza spaventosa, lo sapeva.
Qualunque sciocchezza, come il tentare di rotolare via per sottrarsi ad un eventuale altro colpo, lo avrebbe condotto ad una lenta e dolorosissima morte.
O forse ad una eternità di dannazione.
Niente da fare. Sapeva e prima ancora di toccare il terreno, sebbene con le ossa a pezzi, aveva già istintivamente portato la mano alla cintola, per prendere ciò di cui aveva bisogno.
Come supposto, la creatura, balzando da seduta tentò di avvinghiarlo nella sua stretta mortale.
Vanamente.
Il mago espulse un dardo infuocato dal palmo della mano, che con uno schianto sordo, respinse il vampiro e ferì gravemente anche lui, lacerandone ed ustionandone le carni.
Fortunatamente aveva avuto l’accortezza di tenere gli occhi chiusi, dunque non riportò alcun danno in tal senso.
Pochi attimi dopo, potè vedere la creatura che rantolava in fiamme.
L’odore di carne bruciata, si mescolava a quello delle sue vesti parzialmente fumanti ed a quello del sangue che gli scorreva giù lungo il viso.
-Pazzo suicida-lo avrebbe chiamato il suo maestro, ma poi, proiettando una voce fantasma nei suoi orecchi, gli avrebbe ricordato che la conoscenza ed il trionfo, vanno di pari passo, ma hanno un prezzo elevatissimo.
Doveva chiudere in fretta lo scontro. Fece appello alle sue forze per tirarsi in piedi e preparare un secondo attacco, ma ancora una volta, il suo cagionevole stato di salute, lo fece sbagliare.
Le mani presero a tremargli, sangue gocciolava dalle sue labbra.
La botta alla schiena evidentemente, aveva avuto qualche ripercussione sul sistema nervoso. Tutti gli eventi giocavano a suo sfavore, in quelle condizioni, non gli era possibile lanciare.
La creatura, rantolando, si stava spegnendo pian piano ed inoltre, nonostante le fiamme, pareva in grado di rigenerare le proprie ferite ad una velocità allarmante.
Un altro dardo? No, pessima idea, non sarebbe stato abbastanza potente.
Razionalmente, una sola cosa avrebbe annientato quella creatura senza lasciarle scampo.
Un piano ancor più folle del dardo esploso a breve distanza, una pazzia che avrebbe potuto costargli cara.
Ma paradossalmente, l’epilogo ormai vicinissimo, gli suggerì che se la magia serviva ad ottimizzare le prestazioni fisiche dell’incantatore, chi era lui per negarne gli effettivi vantaggi.
-Raistlin Majere- si rispose sorridendo, mentre con le ultime forze lanciava un nuovo incantesimo.
Immediatamente, i suoi muscoli ebbero un guizzo.
Prima che la creatura potesse comprendere cosa le accadeva, due forti mani la afferrarono, trascinandola lontano dalla sicura e dolce oscurità che la proteggeva.
Sotto alla luce del sole, l’urlo disumano del vampiro riecheggiò attraverso il bosco.
La sua pelle prese a fondersi. Disperatamente, grattando sulla nuda pietra che delimitava l’ingresso della grotta, tentò di tornare al riparo, ma le mani di Raislin, quasi carbonizzate a causa della pelle che fondeva su di esse, con uno sforzo immane lo trattennero.
Prima di spirare, la creatura un tempo tronfia della propria potenza, vide il volto sorridente del mago, che una volta certo che quel liquame melmoso, non avrebbe mai potuto risorgere o rigenerare il proprio corpo, si accasciò in preda agli spasmi li in terra.
CAPITOLO V - Il sangue e il ferroA
thel e Morzan stremati dalla corsa in mezzo ai boschi, decisero che forse era giunto il momento di affrontare il proprio destino senza esitazione alcuna.
La tattica di correre per i boschi nel tentativo di seminare quel diavolo scatenato si era rivelata vana.
La spada che portava dietro, era un prolungamento del suo essere e non lo rallentava affatto. Gli conferiva forza, potere, una determinazione ferrea che nessuno avrebbe ammansito.
Entrambi si volsero ad affrontare la minaccia, sperando di poter lasciare che l’inseguitore accorciasse la distanza per colpirlo con una stoccata d’incontro.
Il maestro d’armi rallentò per tempo e si fermò a qualche passo da loro.
Sorrideva, i suoi occhi erano iniettati di sangue, qualcosa di malvagio aleggiava sulla sua figura.
-Uomini e non tra i più forti, che osano interrompere la mia caccia-disse.
-Uomini, esattamente come anche voi eravate un tempo maestro, prima di cedere alla follia ed alla rabbia insensata- ringhiò di rimando Athel, ferito da quelle parole.
-Non v’è traccia di follia nelle mie parole ragazzo, neanche un barlume di pazzia guida la mia mano, io ho uno scopo preciso che trascende.
Non sto sprecando la mia esistenza dietro nobili ideali o vani sacrifici, io sto compiendo la vendetta che grava sulla spada che brandisco-
Athel riflettè un momento sulle parole dell’uomo e scrutò Morzan che assumeva una posizione comoda per balzare in qualsiasi direzione..
-Anche io conosco il sapore ed i morsi terribili della vendetta, ma il destino che l’uomo sceglie è costellato di infinite varianti…e per quanto la nostra necessità primaria possa essere una ed una soltanto, ci sono valli e monti popolati da una moltitudine di individui, ognuno con una storia propria, ognuno alla ricerca del sentiero da percorrere…quando due o più sentieri si incrociano, allora spetta agli uomini saggi dare la precedenza o combattere per le proprie ragioni….ma un uomo profondamente egoista come lei, non riuscirà probabilmente mai a capirlo-
Il maestro d’armi sollevò la spada e la puntò alla gola di Athel, a pochi centimetri, con un gesto fulmineo. Un solo passo in avanti e sarebbe arrivato a toccarlo.
-L’egoismo è il mezzo necessario per perseguire il proprio fine, l’ira cieca, l’arma di cui mi servo. La mia forza è sufficiente a scalzare ogni miserabile forma di vita…dal mio sentiero…ed anche voi, che vi state battendo per il nulla- sussurrò il maestro d’armi.
Athel arretrò di un passo ed irrigidì i muscoli delle spalle.
-Io combatto per me stesso e forse, qualche volta, in passato, stupidamente ho anche anteposto il desiderio di vendetta, alle meraviglie che il mondo può offrire. Comprendo benissimo quanto possa essere infinita la sofferenza di chi cerca alla luce della luna, un perché…perché debba essere toccato alle proprie persone care…perché la crudeltà di pochi debba stroncare la vita di migliaia…ed in quelle notti, ho desiderato lacerare la carne dei miei nemici, di uccidere senza pietà quegli schifosi assassini che senza ritegno, distruggono esistenze…ed intralciano senza motivo il sentiero della libertà…libertà di essere, di vivere e di professare ciò che più si ama…io combatto per me stesso, per i miei amici…ed oggi, anche per quelle vite che hai stroncato senza motivo, in funzione della tua personale vendetta…oggi io combatto, qui in questo bosco, per me stesso e per tutte le anime che aleggiano ululanti sulla punta della tua spada…vediamo se sei invincibile come dicono…battiamoci Maestro D’armi…o forse preferisci che ti ricordi, prima di spedirti sei piedi sotto terra, con il nome di quando eri uomo…dunque forza, battiamoci…Jonathan Joestar!-
Il maestro d’armi ritrasse la spada e Morzan per un istante, sperò che Athel avesse fatto breccia nel cuore del demone assetato di sangue che avevano di fronte.
In realtà, da navigato combattente qual’era, il maestro d’armi evitò accuratamente di affondare dalla sua posizione attuale, ritenendolo un colpo estremamente prevedibile.
Caricò il colpo e vibrò un fendente a mezz’aria per colpire entrambi gli avversari.
Morzan già pronto ad ogni evenienza balzò all’indietro giusto in tempo per vedere la sua corazza, comunque in parte lacerata dallo spostamento d’aria.
Athel Von Clauth invece, furente e colmo d’odio per l’irrazionalità che quel combattente meraviglioso esprimeva, si lanciò in avanti con entrambe le spade pronto a bloccare il colpo a metà strada, per toglierli potenza.
I due si scontrarono a mezz’aria. Le spade di Athel vibrarono sotto i colpi della spada di Hurricane, ma resistettero.
Athel meravigliato dalla scarsa potenza del maestro d’armi impresse maggior forza nella spinta per guadagnare un vantaggio.
Il maestro d’armi sorrise, tenne la presa con una sola mano e con un gesto di disprezzo lo spinse via, facendolo finire contro un albero.
Athel ruggendo, tornò in piedi con uno slancio e si proiettò all’attacco, creando un turbine di colpi rozzi e violenti che poco si confacevano al suo stile.
Morzan, indeciso sul da farsi, costatò di come il compagno fosse stranamente violento e pesante nelle esecuzioni.
I colpi erano certamente perfetti, ma puramente accademici, tanto che il maestro d’armi, nonostante l’immensa spada brandita, li deviava senza problemi utilizzando un braccio solo.
Ripensando al discorso, rammentò tutta la frustrazione nelle parole di Athel, la tristezza e quella insana voglia di vendetta nelle sue parole.
La madre defunta della ragazza, forse aveva intaccato il suo animo più di quanto non avrebbe detto.
Quella fanciulla disperata e solitaria, distrutta e privata dell’esistenza, per un gesto scriteriato, selvaggio.
Era questo che infastidiva Athel? Certo questa cosa forse lo stava spingendo a combattere a viso aperto senza valutare la strategia ottimale.
Duro, violento, con dei colpi che certamente avrebbero distrutto qualsiasi aggressore…ma non quello che avevano di fronte.
Il guerriero dal cuore limpido, l’uomo dalle spade turbinanti, in quello scontro pareva rimasto indietro, dietro all’iracondo guerriero.
Ma senza dubbio alcuno, vista la semplicità con la quale i colpi venivano respinti e considerato che Athel si sarebbe stancato, una sola era la possibile conclusione.
Athel Von Clauth, combattendo a quel modo, sarebbe stato condannato.
Il maestro d’armi avrebbe potuto sbilanciarlo facilmente.
Ma questi fece qualcosa di ancor più sorprendente.
Finse un affondo, e quando Athel lo bloccò con entrambe le spade, fece ruotare l’immensa lama attorno alla guardia sinistra dell’avversario e con un gioco di polso impossibile per un braccio umano, disarmò di entrambe le spade del guerriero.
Athel inerme trasalì e forse comprese di essersi lasciato trasportare eccessivamente.
Morzan si frappose tra i due. Il maestro d’armi sorrise studiando il sudore che si accumulava sulla fronte dei nemici. Il fruscio alle sue spalle non lo impensierì.
-Dovrebbe essere decisamente più silenzioso signor Klenson- disse ruotando la spada e parando un fendente del redivivo Dond che gli appariva alle spalle.
Dond Klenson, debole ed emaciato, ritrasse il ferro e si preparò ad un secondo colpo, ma il maestro d’armi lo colpì di piatto sull’avambraccio, spezzandogli le ossa di netto.
La spada cadde nell’istante in cui, Athel Von Clauth si stava gettando sulle proprie armi per raccoglierle e Morzan si lanciava all’attacco.
Il maestro d’armi schivò il suo affondo e lo colpì con un calcio in pieno stomaco, mandandolo in terra.
Calò poi un fendente in direzione di Athel, che con una capriola evitò il colpo, ma si ritrovò ancora lontano dalle sue armi.
Dond gemette per il dolore ed estrasse il pugnale dalla cintola, il maestro con un balzo all’indietro schivò il colpo che Morzan aveva vibrato da terra e si ritrovò a pochi centimetri dalla corta lama di Dond.
Questi tentando di colpirlo al petto, si sbilanciò in avanti, il maestro d’armi con la mano libera bloccò l’affondo a mezz’aria afferrandogli il polso, lo torse per disarmarlo e lo spinse verso di se piegandolo.
L’addome di Dond impattò contro un ginocchio sollevato in maniera fulminea, che pareva duro con un tronco d’albero che cade da dieci metri.
Senza fiato, cadde per terra, mentre il suo avversario, con una velocità prodigiosa, calava ancora un fendente in prossimità delle armi di Athel per impedirli di raccoglierle.
Morzan tentò un secondo affondo scivolando sull’erba fresca, sperando che la reazione del maestro d’armi fosse ancora una volta quella di saltare all’indietro, per distanziarlo così dai compagni.
Questi però, intuendo l’idea, rapidamente si scansò di lato e con tutta la forza, fece calare la propria arma sulle spade di Morzan, spezzandole di netto.
La situazione pareva disperata ed adeguandosi alle lotta senza quartiere, Dond Klenson giocò la sua ultima arma in quel momento.
Con l’unico braccio ancora buono, mentre Morzan si preparava a schivare un attacco del maestro d’armi, sollevò lo scudo e balzò in avanti.
Il maestro d’armi parve intuire il pericolo, ma non aspettandosi quel tipo di attacco, fu colto di sopresa.
Lo scudo di Dond, già provato, si sfasciò sul volto del maestro d’armi, rilasciando schegge che gli si conficcarono nella carne, lacerandolo in più parti, e conficcandosi a fondo nella pelle.
Istantaneamente fiotti di sangue schizzarono nell’aria e ricaddero a terra, assieme al paladino senza più forze.
Athel raccolse le armi e si preparò a fronteggiare l’avversario ferito.
Il maestro d’armi rimase impassibile mentre alcune schegge volavano via sospinte dal vento e lo scudo gli ricadeva sugli stivali.
Morzan aiutò Dond ad uscire dalla portata dello spadone ed insieme arretrarono di qualche metro.
Era una ritirata momentanea e strategica, derivante da quell’attimo di stallo.
Avrebbero dovuto sfruttare qualsiasi momento per riprendere fiato ed organizzarsi, Athel arretrò con loro, riflettendo sull’accaduto.
Per un minuto circa, mentre i 3 si allontanavano, il maestro d’armi non proferì parola ne si mosse.
Solo dopo qualche altro attimo, in cui i suoi occhi erano ridiventati quelli di un uomo qualunque, prese a ridere, forte, in maniera estremamente bizzarra e divertita.
Si volse in direzione dei fuggiaschi ed annui col piglio fiero del guerriero d’onore e non dell’immondo vendicatore che era divenuto.
Il primo sangue era per loro.
Morzan strinse nervosamente l’arco, mentre Dond Klenson riprendeva fiato poggiato contro il freddo tronco di un albero.
Athel Von Clauth scrutava il bosco in attesa di veder comparire la macchina da guerra con la quale si era confrontato pochi minuti prima.
-Abbiamo affrontato maghi, banditi, orchi e demoni, eppure nessuno m’aveva mai impressionato sino a questo punto…è un mostro amici, un vero mostro destinato a spazzare via tutto quello che gli si para innanzi e non credo che riusciremo a batterlo- disse Morzan che non intendeva essere funesto, ma che amava guardare le cose con estrema sincerità e trasparenza.
-La penso come te- Disse Athel Von Clauth – ma penso anche, che la fuga, in questo momento, vanificherebbe ogni istante della mia vita-
Morzan annuì silenziosamente e si avvicinò all’albero ove Dond Klenson s’era fermato a trovar riposo.
-Tu amico mio, devi andare via però-gli disse in tono severo.
-E lasciare voi, qui a perire per mano di quel demonio? Giammai compagni, giammai, ne ora ne in nessuna altra delle mille peripezie che ci troveremo ad affrontare-
-Dond, questa pare essere la nostra ultima avventura, maledetto folle senza lume della ragione. Tu sei disarmato, senza scudo, con un braccio rotto e la maledizione pare non essersi ancora disciolta, forse Raistlin non è riuscito nel suo scopo o forse sta ancora tentando…fatto sta che tu non sei in grado di sostenere questo scontro-
Dond fissò i proprio compagni e sorrise. Conscio di quanto udito, ma forte come la tempesta in inverno e rigido come l’inverno sui passi innevati.
-Amici miei, sono ridotto ad uno straccio è vero, ferito, stanco e privo di chance in questa battaglia, ma se ora io mi ritirassi….avrei vanificato la mia intera esistenza- strizzò l’occhio ad Athel –Forza e coraggio…sangue e morte…e che nessuno si penta d’aver viaggiato in questa colorata e ricca landa di speranze…un branco di lupi, non si arrende mai, neanche quando è un drago immenso a dar loro la caccia-
I tre compagni si scrutarono da capo a piedi.
Athel gettò a Dond il pugnale, che l’afferrò con l’unica mano buona, mentre Morzan si arrampicava sull’albero più alto, dalle fitte fronde.
Bastava loro uno sguardo per intendersi.
Il maestro d’armi avanzò con passo lento sino alla radura, ove lo avevano condotto le tracce ed il sangue.
Annusò l’aria e sorrise nel vedere Dond Klenson che lo attendeva.
Le ferite sul suo volto si erano in parte rimarginate, ma rigagnoli di sangue, discendevano ancora dalle sue guance e dalla fronte.
Sembrava una grottesca maschera demoniaca, forgiata da un folle.
-Fatevi avanti maestro- urlò Dond Klenson, che si reggeva a malapena in piedi.
Il maestro d’armi avanzò d’un passo e gli sorrise studiandolo.
-Dovete avere davvero una scarsa considerazione di me ragazzo…se pensate che l’arciere in cima a quell’albero, possa essersi occultato alle mie percezioni-
Annusò l’aria e si fece ancora avanti.
Morzan scoccò una freccia ma l’immensa spada del guerriero si frappose e gli fece scudo.
-Mi basta ripararmi con la spada per non essere colpito…questo immenso blocco di ferro, dovrà pur avere qualche vantaggio no?....ma mi chiedo…dov’è finito l’altro, quello tanto arrabbiato e furioso che sperava di tagliarmi in due con le sue ridicole spadine furenti?-
Gli occhi dell’uomo erano diventati neri, occhi normali, di un uomo comune, sebbene temprati dalla sofferenza.
Il tono ironico, ammorbidiva i contorni di quella spaventosa figura, rendendola ancor più enigmatica ed irritante.
Dond avanzò verso di lui, Morzan scoccò una freccia e poi due in contemporanea.
Il maestro d’armi le deviò e scansò per miracolo il pugnale scagliato da Dond, sino a che, una esplosione improvvisa sotto le foglie lo fece trasalire.
Dal nulla, balzando da fermo, come un giaguaro, Athel Von Clauth, coperto di foglie terre e letame, vibrò due spadate micidiali all’altezza delle caviglie del rivale.
Morzan scoccò un’altra freccia costringendolo a coprirsi con un braccio, mentre con lo spadone, deviava le due stoccate di Athel Von Clauth.
Con quella mossa, gli avevano precluso prima l’olfatto, poi la vista e la mobilità perfetta di cui disponeva solitamente.
Il maestro d’armi si spinse all’indietro.
Le spade di Athel non gli avevano lacerato i tendini, ma almeno le ferite prodotte alle cosce, lo avrebbero rallentato.
Inoltre, la freccia di Morzan gli si era conficcata nell’avambraccio, limitandone considerevolmente la mobilità, per quanto, un uomo normale, avrebbe perso totalmente l’uso di quell’arto.
La strategia si stava rivelando proficua, ma l’impeto dell’avversario che avevano innanzi, non era paragonabile alla complessa struttura di nessuna strategia.
Il maestro d’armi con un balzo superò Athel Von Clauth, passò di fianco a Dond Klenson senza neanche sfiorarlo, ma il futuro paladino, venne attraversato come da una gelida brezza mortale.
Il bersaglio era l’alto albero che Morzan aveva scelto per scatenare il suo arco.
Quello che accadde poi, rimase impresso nella memoria dei 3, come una delle dimostrazioni di potenza più uniche mai vedute.
Il fendente secco e preciso, tranciò l’alberò a metà. Una possente, maestoso e secolare albero, tagliato in due di netto, senza una sbavatura.
Athel Von Clauth rabbrividì ed in quell’istante, comprese quanto fosse stato sciocco prima, nel tentare di parare o di imporre la propria fisicità nello scontro.
Il maestro d’armi era preciso, forse, unico.
Una macchina da guerra invincibile preposta allo scontro campale. Forte di una intelligenza tattica unica, in un corpo indistruttibile e con un’arma dal potenziale infinito.
Athel chiuse gli occhi e strinse le spade.
Toccava a lui adesso.
Si liberò in un istante del peso della rabbia e dell’angoscia.
La vendetta, il furore.
Trasse a se le energie della natura circostante assimilando la quieta calma del bosco, che per quanto deturpato dal sangue e dall’acciaio, restava impassibile.
I suoi piedi si mossero veloci.
Cominciava la sua danza.
Leggero come un colibrì, forte come un falcone reale.
La danza di Athel Von Clauth lo rendeva lo spadaccino più versatile e belle da vedere di tutto il regno.
Leggero, come se cavalcasse l’aria, i suoi colpi non incrociavamo mai quelli del rivale, ma vi passavano attraverso.
Come l’acqua si plasmavano, come il fuoco aggredivano, come un solido muro di terra lo proteggevano e veloci come il vento si insinuavano.
Dond Klenson era praticamente stremato e privo di energie.
L’unica nota positiva, stava nel fatto che il suo male era ormai scomparso. Le ferite permanevano e facevano male, troppo male.
Morzan aveva rischiato la vita con la caduta dall’albero.
Restava solo Athel, che mettendo l’anima nei colpi, si stava rivelando degno di duellare con chiunque.
Tuttavia, il maestro d’armi, leggero al pari, lo disarmo di entrambe le spade sfruttando la sua maggior forza e guardò negli occhi il fiero guerriero, ferito e macchiato di sangue.
Sorrideva.
Non aveva paura di morire, perché la sua vita, si sarebbe consumata con gloria immensa e senza nessun rimpianto.
Suo padre sarebbe stato fiero di lui e la morte sarebbe sopraggiunta al fianco di valorosi compagni, per mano del più forte guerriero esistente.
Sorrise ed attese il colpo di grazia con estrema nobiltà.
Quel colpo non arrivò mai, ne per lui ne i compagni.
Il maestro d’armi poggiò lo spadone sulla spalla sinistra e guardandoli scosse il capo.
Dond Klenson, mai domo ne pago, arrancò al fianco di Athel, reggendosi sulle sue gambe e così Morzan.
-Perché?- domandò il futuro paladino.
-Perché non vi ho uccisi? Perché mi sono battuto con voi? Perché continuo a vivere e combattere?-
-No, perché non ci ha uccisi tutti immediatamente e con un colpo solo!-disse con il tono di chi non ammetteva prese in giro o parole vaghe e prive di senso concreto.
Il maestro d’armi annuì.
-Avete dunque compreso che il mio potenziale era maggiore signor Klenson, ma non crediate che io vi abbia presi in giro…è una forza diversa e malvagia quella che io combatto con questa spada, una forza che mi rende necessaria la potenza infinita di quest’arma maledetta che mi rende il peggiore dei mostri…
Tuttavia, anche se con molta fatica, posso controllare questa potenza oscura e tenerla a bada…conservarla per coloro che non appartengono a questo mondo.
Non vi ho disonorati trascurando il combattimento, ma contro di voi mi sono battuto come Jonathan Joestar e non come il maestro d’armi…l’immonda e selvaggia macchina distruttrice che conoscete bene…
Tuttavia, pur contendendo le forse della spada di Hurricane, non posso impedirle di rendermi praticamente indistruttibile…e credetemi, se non fosse stato per questo dettaglio tutt’altro che irrilevante, la lotta l’avreste vinta voi…-
I tre non apparivano particolarmente convinti, eppure, il tono di voce composto e calmo, rivelava il vero.
La tranquillità sul volto dell’uomo, cozzava con il suo aspetto feroce, l’enorme spada ed il sangue rappreso attorno alle ferite, che erano già scomparse.
-Credetemi, oggi, avete vinto contro il vecchi Jonathan Joestar…ed anche se avete perso contro il maestro d’armi…beh, siete sopravvissuti per raccontarlo…- sorrise –Ammesso che qualcuno sia disposto a credervi certo…purtroppo, il vostro destino è irto di pericoli, morte e sofferenza…la guerra non salverà nessuna anima, ma regalerà al mondo un periodo oscuro che avrà bisogno di troppi eroi…e di troppi santi…signori, diffidate di coloro che si professano amici e non abbiate fretta di incrociare il ferro con quelli che a prima vista vi sembrerebbero nemici- fece per incamminarsi ma dopo pochi metri si fermò per qualche attimo, e parlò, mentre i tre stremati stavano per svenire a causa delle ferite, della fatica e dell’adrenalina che cominciava a scemare.
-Sei diventato bravo…Morzan- disse.
CAPITOLO III - Eroi e compagniUna volta giunti a Mezzaluna, Dond prese i suoi compagni attorno a lui, dopodichè, assorto, gli disse:
A
mici...non voglio essere ipocrita, questa battaglia potrebbe vedere benissimo la nostra morte. Se vorrete astenervi dal combattere io vi capirò, la grande stima che provo verso ognuno di voi resterà immutata.
Dal canto mio, non vado a combattere per la gloria di Aoner, o per la mia gloria personale. Nelle nostre avventure abbiamo visto con i nostri stessi occhi di cosa è capace il nemico, quanto sia inesistente il suo rispetto per la vita, un valore che noi sappiamo essere tra i più alti e dignitosi in assoluto...
Combattere contro quest'ora di assalitori, per me, è semplicemente la cosa giusta da fare...se anche la mia spada trafiggerà un uomo, morirò con la speranza di aver salvato un bambino dalla morte, di permettere ad un padre di famiglia di tornare dai suoi cari...di impedire uno stupro su una donna.
Rispetterò ogni vostra decisione...se non dovessimo più vederci, voglio che sappiate che ognuno di voi resterà nel mio cuore, Lupi. E' stato un onore conoscervi, se potessi tornare indietro, rivivrei ogni singolo momento, ogni dolore, non cambierei nulla di ciò che è stato, e questo lo devo a voi.
Nel nome del nostro Demien, possano gli Dei vegliare su di noi, amici miei....e grazie, grazie di esistere, dal profondo del mio cuore.
Solo nella propria stanza, Dond non poteva non pensare all'imminente battaglia.
Carezzò il suo medaglione...il Cuore di Arianna, come lo chiamava lui...il dono ultimo della sua amata. Non era magico, gli avevano detto Orpheus e Antares...era solo l'ultimo ricordo che aveva di lei.
Si guardò le mani...come avrebbe voluto che quelle mani curassero i feriti, che portassero sollievo laddove si celava il dolore....
ed il pensiero corse ai suoi antichi compagni.
Ahron...il dolore per la perdita della sua amata lo aveva coinvolto in una cosa molto più grande di lui. Adesso probabilmente non pensava nemmeno più a lei...
Sennar...un amico fedele, un consigliere saggio...Dond si chiese quanto ci avrebbe messo la magia oscura a depredare la sua anima...e se fosse stato possibile portarlo indietro.
Woldan...un semplice guerriero che aveva compiuto la sua scelta...
E durante la battaglia...Dond sentiva che ci sarebbero stati. Dond temeva questo più di ogni altra cosa...tutti gli uomini che avrebbero combattuto erano uomini, oltre che nemici. Dopo aver ucciso Antares, si era chiesto se la distruzione del demone non l'avrebbe liberata. Pensava di aver commesso un tremendo errore.
E se avesse combattuto contro Sennar...Woldan...Ahron...cosa sarebbe successo, nell'iprobabilissima eventualità che avesse vinto...come si sarebbe sentito nel vedere la propria lama bagnata nel sangue di quelle tre persone?
Era molto più probabile che la Lama di Woldan spezzasse la sua, per aprirlo in due...o che la Tenebra di Sennar lo avvolgesse, facendolo scivolare nel più nero dei sonni...o una parola sacrilega di Ahron togliesse l'anima dal suo corpo.
Non era l'esito di uno scontro simile a tormentarlo...quanto l'idea che il Fato avesse voluto farli scontrare.
Sospirò....la battaglia sarebbe stata la più grande esperienza della sua vita. Forse l'ultima, forse solo la prima. Solo Aoner lo sapeva. E forse...neppure lui.
Edited by -:Dream:- - 29/7/2008, 12:23